Disturbi alimentari depressione bullismo

Disturbi alimentari negli adolescenti: fattore di rischio per la depressione e il bullismo

I risultati di uno studio prospettico longitudinale indicano che modelli alimentari disordinati negli adolescenti sono un fattore di rischio per la depressione futura e il bullismo da parte dei coetanei, con conseguenze simili per ragazze e ragazzi.

Il disturbo alimentare è stato significativamente associato a futuri sintomi depressivi, con coefficienti di correlazione che vanno da 0,15 a 0,48 (P<0,01) in vari punti durante i 5 anni di follow-up, allo stesso modo, il disordine alimentare è stato significativamente associato al bullismo da parte dei coetanei.

Sebbene i disturbi del comportamento alimentare (DCA) , come l’anoressia nervosa, la bulimia nervosa e i disturbi alimentari, siano più diffuse tra le ragazze adolescenti, le conseguenze a lungo termine per entrambi i sessi, sono risultati simili.

I dati relativi a 612 ragazzi e ragazze adolescenti di età compresa tra i 13 e i 17 anni sono stati raccolti nell’ambito dell’attuale studio canadese McMaster Teen Study, che esamina le associazioni tra bullismo, salute mentale e risultati accademici. L’età media dei partecipanti era di 13 anni, il 54% ragazze e il 71% erano caucasi.

I dati sono stati acquisiti mediante questionari di autovalutazione dagli studenti. Le percezioni di bullismo sono state valutate sulla base di una definizione standard che utilizza una scala di cinque punti. Attraverso lo Short Screen for Eating Disorders sono stati valutati i comportamenti alimentari clinicamente significativi come: “quante volte mangi in segreto” e “quante volte vomiti di proposito dopo aver mangiato”. Il “Behavior Assessment System for Children”è stato usato per valutare i sintomi depressivi.

Mentre gli studi precedenti si sono concentrati sul disordine alimentare e sul pensiero depressivo come conseguenza del bullismo, quest’ analisi ha esaminato i pensieri depressivi e il disordine alimentare come antecedenti, ed i risultati  affermano l’idea di un “percorso basato sui sintomi, per cui i sintomi psicopatologici preesistenti possono aggravare il rischio di essere vittima di bullismo”.

Studi precedenti avevano già rilevato che i sintomi depressivi sono un fattore di rischio per il bullismo da parte di coetanei, ma questo è il primo studio che evidenzia come i DCA possono divenire fattore di rischio per il bullismo in un campione non clinico di adolescenti.

Fattori ambientali e biologici correlati possono predisporre gli adolescenti alla depressione e a un’alimentazione disordinata. Entrambe le condizioni “sono state associate a una bassa produzione di serotonina, che modula la sazietà e l’umore”.

secondo gli autori:

“Psicologicamente, le richieste sociali di “perfezionismo” e il non riuscire a soddisfare tali aspettative, sembrerebbe stimolare il pensiero depressivo e agiscono come un ponte tra le due condizioni. Inoltre, i disordini alimentari sono legati a più ampi problemi comportamentali ed emotivi che possono rendere gli adolescenti bersaglio di bullismo.

Sono oltre tre milioni le persone in Italia convivono con i disturbi del comportamento alimentare (Dca), fra questi 2,3 milioni adolescenti.

I risultati sono stati limitati da diversi fattori, tra cui la non differenziazione dei diversi tipi di disturbi alimentari e l’uso test di auto-valutazione per il bullismo.Tuttavia, i risultati sostengono la necessità di focalizzarci sull’importanza dei comportamenti alimentari per contribuire a ridurre il rischio di altri problemi di salute mentale.

“Gli interventi nei DCA dovrebbero idealmente promuovere un sano comportamento di controllo del peso e favorire la consapevolezza,  così da provare a ridurre sintomatologie legate a tali disordini”

 

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Depressione maggiore e ricadute

Depressione maggiore e ricadute

L’organizzazione mondiale della sanità (WHO) valuta la depressione maggiore come uno dei disturbi più invalidanti al mondo con un costo sociale elevatissimo.
Le malattie depressive sono spesso sottovalutate, la metà di esse non è trattata e il rischio di recidiva si aggira intorno al 50% dei casi. Infatti, circa il 50% dei soggetti depressi vanno incontro a una nuova ricaduta dopo 5 anni; questa percentuale aumenta al 70% in coloro che hanno avuto almeno due episodi distinti, e al 90% in caso di tre o più episodi.
È quanto ha evidenziato uno studio coordinato da Claudi Bockting, dell’Academic Medical Center di Amsterdam, in Olanda mostra come nelle persone che soffrono di depressione maggiore, la terapia cognitiva preventiva (PCT – preventive cognitive therapy) si è rivelata utile nel ridurre i tassi di recidiva. I risultati della ricerca sono stati pubblicati da Lancet Psychology.

La terapia cognitiva preventiva, abbinata alla terapia farmacologica con antidepressivi, è in grado di ridurre del 41% il rischio di recidiva degli episodi di depressione maggiore.

I ricercatori hanno condotto uno studio multicentrico denominato Disruption the Rhythm of Depression (DRD), cervando di capire se continuare il trattamento con antidepressivi offrisse una migliore protezione rispetto alle recidive, in confronto alla somministrazione di un dosaggio inferiore di farmaci abbinati alla terapia cognitiva preventiva e alla somministrazione di antidepressivi e PCT.
289 partecipanti, affetti da depressione maggiore ricorrente che erano in remissione o in ripresa, sono stati divisi in tre gruppi:

  1. 104 sono stati assegnati al gruppo che riceveva PCT e antidepressivi;
  2. 85 sono rientrati nel gruppo che seguiva la PCT mentre veniva loro ridotta la dose di antidepressivi;
  3. 100 seguivano solo la terapia farmacologica.

Dopo due anni di follow-up, i tassi di recidiva cumulati erano del 60% per coloro che proseguivano con la sola terapia farmacologica, del 63,3% per coloro che seguivano la PCT e andavano incontro a riduzione degli antidepressivi e del 42,6% per i pazienti che seguivano la PCT e prendevano il dosaggio standard di mantenimento di farmaci.

 

Dall’analisi statistica è emerso che il rischio di recidiva era inferiore del 41% nel gruppo che seguiva PCT e terapia farmacologica, rispetto al gruppo che assumeva solo antidepressivi, ed era del 46% più basso rispetto ai pazienti che seguivano il trattamento combinato, ma con una riduzione della dose dei farmaci. I risultati evidenziano che le riduzione erano statisticamente significative,  e che nei pazienti con recidiva, il numero era comunque inferiore rispetto nel primo gruppo riseptto al terzo del 37%.

nessuna differenza significativa è emersa per il fattore che riguardava numero e gravità delle ricadute tra il gruppo trattato solo con i farmaci e i pazienti trattati con PCT e riduzione del dosaggio di antidepressivi.

Secondo la prima autrice del lavoro Claudi Bocktin:

“È stata una sorpresa vedere che il rischio di recidiva veniva ulteriormente ridotto aggiungendo la terapia PCT. La PCT dovrebbe essere presa in considerazione dopo la remissione, tra quei pazienti che prevedono di proseguire con il trattamento farmacologico”.

 

 

Fonte

Quotidiano sanità

I bambini sono in grado di associare le espressioni mimiche e vocali a specifici stati d'animo

I bambini sono in grado di associare le espressioni mimiche e vocali a specifici stati d’animo

La capacità dei bambini di differenziare le espressioni emotive sembra svilupparsi durante i primi sei mesi. Ma riconoscono davvero l’emozione o distinguono solo le caratteristiche fisiche dei volti e delle voci?

Secondo uno studio pubblicato sulla rivista PLOS ONE, già a 6 mesi,  i bambini sono in grado di associare le espressioni mimiche e vocali a specifici stati d’animo, ma non solo, sarebbero anche in grado di cogliere eventuali incongruenze fra lo stato d’animo che è trasmesso dalla mimica e quello trasmesso dalla voce.

Lo studio, per la prima volta, sembrerebbe dimostrare che i bambini hanno una precoce capacità di trasferire le informazioni emotive dalla modalità uditiva a quella visiva.

Le emozioni fanno parte della nostra vita fin dalla più tenera età.  Essere in grado di esprimere emozioni è il primo strumento a disposizione dei bambini per comunicare con chi li circonda. I bambini esprimono le loro emozioni attraverso la postura, la voce e le espressioni del viso fin dalla nascita. Questi atteggiamenti aiutano coloro che li assistono ad adattare il loro comportamento allo stato emotivo del bambino. Le lacrime di un bambino, ad esempio, possono essere un’espressione del suo disagio e dei suoi bisogni primari (essere alimentato, cambiato etc).

Ma è vero anche il contrario? I bambini sono in grado di identificare le emozioni espresse dagli adulti? Sono in grado si adattare il loro comportamento alle emozioni a cui sono esposti?

Competenze precoci per discriminare le emozioni

La capacità dei bambini di differenziare le espressioni emotive sembra svilupparsi nei primi sei mesi di vita. Durante questo periodo hanno una preferenza per i volti sorridenti e le voci felici. Prima dei sei mesi, possono distinguere la felicità da altre espressioni come la paura, la tristezza o la rabbia. A partire da sette mesi, sviluppano la capacità di discriminare tra altre espressioni facciali.

Sembra, quindi, che i bambini posseggano le prime capacità di differenziare le emozioni… ma le riconoscono veramente o distinguono solo le caratteristiche fisiche di volti o voci?

Nel tentativo di trovare una risposta, 24 bambini di sei mesi hanno partecipato a uno studio presso il Geneva BabyLab.

I bambini sono stati  esposti a voci e volti che esprimevano emozioni di felicità e rabbia. Durante una prima fase dedicata alla familiarizzazione uditiva, i bambini venivano posizionati  di fronte a uno schermo nero e ascoltavano una voce neutra, felice o arrabbiata per 20 secondi.

Nella seconda fase – basata sulla discriminazione visiva della durata di 10 secondi – i bambini venivano posti di fronte a due volti  che esprimevano felicità e rabbia.

Attraverso l’ eye-tracking, uno strumento in grado di  misurare i movimenti oculari del bambino con grande precisione, i ricercatori hanno misurato il tempo trascorso mentre guardavano i due volti – o aree specifiche del viso (la bocca o gli occhi) – e registrato le variazioni a seconda della voce che ascoltavano.

Analizzando i dati ottenuti con l’eye tracking, i ricercatori hanno notato che quando voce e volto trasmettevano lo stesso messaggio emotivo, i tempi di osservazione del viso erano uguali. Al contrario, i piccoli trascorrevano più tempo a guardare un volto che esprimeva rabbia, fissando in particolare per più tempo la bocca, se in contemporanea o appena prima avevano sentito una voce che esprimeva felicità. Questa maggiore attenzione visiva indica che notavano una incongruenza fra la mimica e la voce. Suggerendo che già in età molto precoce, i bambini possiedono la capacità di stabilire un nesso e di trasferire le informazioni emotive sulla felicità dalla modalità uditiva a quella visiva.

 

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Alzheimer scoperto il meccanismo che innesca la malattia

Alzheimer: scoperto il meccanismo che innesca la malattia

Cosa innesca il morbo di Alzheimer? Due ricercatori Italiani mostrano che la risposta potrebbe essere una riduzione della dopamina prodotta in una piccola zona del cervello, chiamata area tegumentale ventrale.

In Italia, più di un milione di persone soffrono di demenza,  più di 44 milioni in tutto il mondo, dati che sono destinati a triplicarsi entro il 2050.

Un’importante ricerca scientifica condotta da due scienziati italiani, che lavorano presso il Dipartimento di neuroscienze dell’Università di Sheffield (Regno Unito),  e pubblicata sul Journal of Alzheimer’s Disease mostra che il protagonista delle fasi iniziali della malattia, non sarebbe la degenerazione dei neuroni dell’ippocampo, ma i neuroni produttori di dopamina del’area tegmentale ventrale (VTA), che con i loro lunghi assoni rilasciano questo neurotrasmettitore. Questa scoperta è significativamente rilevante sia in ambito terapeutico che diagnostico per il morbo d’Alzheimer.

I risultati confermano sull’uomo quanto già individuato un anno fa, in uno studio pubblicato su Nature Communications, su modelli di laboratorio dal gruppo di ricercatori del Laboratorio di Neuroscienze Molecolari della Fondazione Santa Lucia IRCCS coordinati dal Prof. Marcello D’Amelio in collaborazione con l’Università Campus Bio-Medico di Roma.

Sarebbe insomma una ridotta produzione della dopamina destinata all’ippocampo, da parte dei neuroni dell’area tegmentale ventrale, a disturbare la formazione delle nuove memorie e a scatenare dunque la malattia di Alzheimer. Un meccanismo precocissimo di malattia, che precede di molto tempo la formazione delle placche di amiloide, marcatore distintivo della malattia che, tuttavia, compare quando ormai la neurodegerazione è avvenuta in maniera irreversibile.

L’ippocampo è la regione cerebrale dove avviene la formazione dei ricordi e della trasformazione della memoria a breve termine in quella a lungo termine,  la dopamina è un neurotrasmettitore, coinvolto anche nel circuito della ricompensa, intesa come gratificazione, e sembrerebbe avere un ruolo anche nella formazione della memoria. Viene, infatti, utilizzato da specifiche cellule nervose, che svolgono nell’ippocampo un’attività associata all’accumulo dei ricordi.

La dott.ssa Annalena Venneri e il dottor Matteo De Marco hanno sottoposto a risonanza magnetica (RMN) a 3 Tesla, strutturale e funzionale, 51 adulti in buona salute, 30 soggetti con diagnosi di lievi alterazioni cognitive e 29 pazienti con diagnosi di Alzheimer. Tutti i partecipanti allo studio sono stati inoltre sottoposti a test neurofunzionali.

Dal confronto degli esami nei diversi gruppi (volumi di VTA e ippocampo, performance della memoria, test delle competenze linguistiche) è emerso un legame tra volume e funzionalità della VTA, volume dell’ippocampo e capacità di apprendere nuove informazioni.

Una ridotta attività dopaminergica dei neuroni della VTA insomma potrebbe avere un ruolo cruciale nelle patogenesi iniziale della malattia di Alzheimer e dunque potrebbe essere implicata in nuove strategie di trattamento precoce.

“E’ questo il primo studio ad aver dimostrato queste alterazioni nell’uomo. Sono necessarie ulteriori conferme, ma questi risultati potrebbero suggerire nuovi screening per la popolazione anziana con segni precoci di Alzheimer e potrebbero cambiare il modo di acquisire e interpretare le scansioni cerebrali utilizzando diversi test per la memoria ”.

sottolinea la professoressa Venneri

Le alterazioni del sistema dopaminergico sarebbero alla base tanto del morbo di Parkinson che dell’Alzheimer, e nell’Alzheimer riguarderebbero i neuroni dell’area tegmentale ventralea.

Nell’Alzheimer, la degenerazione riguarderebbe i neuroni produttori di dopamina della VTA, incaricati di rilasciare il neutrotrasmettitore nell’ippocampo e nel nucleo accumbens; nel Parkinson, invece, la degenerazione riguarda i neuroni della substantia nigra che rilasciano dopamina al corpo striato, centralina del movimento del nostro cervello.

Alla base di entrambi le malattie ci sarebbe la degenerazione del neuroni dopaminergici, ma la causa di questo fenomeno resta per il momento sconosciuta. 

“Questo studio clinico supporta le mie precedenti osservazioni e mi sollecita a valutare opzioni terapeutiche finalizzate alla protezione dei neuroni dell’area tegmentale ventrale. Infatti, poiché anche il Parkinson è causato dalla morte dei neuroni che producono la dopamina, è possibile immaginare che le strategie terapeutiche future per entrambe le malattie potranno concentrarsi su un obiettivo comune: impedire in modo ‘selettivo’ la morte di questi neuroni.”

ha detto il prof. D’Amelio

 

 Fonte

Quotidiano sanità

Lesione da trauma cranico reati violenti

Lesione da trauma cranico, una potenziale causa di reati violenti

Le lesione da trauma cranico sembrano essere un fattore di rischio per reati violenti.

Una review coordinata da Huw Williams dell’Università dell’Exeter, nel Regno Unito i cui risultati sono stati pubblicati su Lancet Psychiatry , mostrano come un trauma cranico potrebbe contribuire ad aumentare il rischio di compiere atti criminali, soprattutto tra i giovani che hanno già dei precedenti penali.
Williams e colleghi sottolineano che una commozione cerebrale, ovvero un trauma cranico molto lieve, porta raramente a cambiamenti permanenti nel cervello, mentre un trauma cranico da moderato a grave, a lungo termine può essere associato a disturbi neurocognitivi, comportamentali e psichiatrici a lungo termine.

Gli effetti neuropsicologici possono andare da scarsa memoria e poca capacità di attenzione e concentrazione a un aumento del rischio di aggressione impulsiva, scarsa capacità decisionale e mancanza di controllo del comportamento sociale.

Nel lavoro vengono suggerite diverse misure per ridurre il rischio di compiere atti criminali dopo aver subito un trauma cranico tra cui, la neuroriabilitazione, l’identificazione e la gestione dei trauma cranici tra giovani e bambini, uno screening di routine e la fornitura di adeguate opzioni di trattamento quando si entra in carcere, con figure professionali adeguate a supporto del personale giudiziario.

“Sono rimasto sorpreso dal fatto che gli effetti di un trauma cranico sull’aumento della criminalità fossero uguali tra culture e sistemi giudiziari differenti e che l’aumento del rischio di commettere atti criminali tra chi aveva subito un danno cerebrale fosse di almeno il doppio. I medici dovrebbero seguire meglio i casi di trauma cranico per garantire una più efficace reintegrazione nella comunità, specialmente tra i giovani”.

sottolinea Huw Williams, autore principale della review.

Secondo Alice Theasom, della Auckland University of Technology, in Nuova Zelanda,

“è probabile che dal momento che il trauma cranico può causare cambiamenti emotivi, fisici e cognitivi che possono portare a difficoltà della gestione dell’umore e nell’affrontare lo stress, aiutare le persone a far fronte a questi cambiamenti e facilitare il recupero potrebbero ridurre il rischio di commettere atti criminali”. In ogni caso “abbiamo ancora molto da imparare sugli impatti a lungo termine delle lesioni cerebrali, in particolare di quelle lievi e delle multiple”

Fonte: 

Quotidiano Sanità

Lancet Psychiatry

Il dolore e la depressione

La depressione è dolorosa

Chiunque abbia sperimentato un episodio di disturbo depressivo grave, vi dirà che la depressione è dolorosa.

Il dolore è evidente nelle espressioni facciali, nelle  voci, nel linguaggio corporeo. Un dolore che, proprio come il dolore fisico, rende difficile concentrarsi su qualsiasi altra cosa.

Quando diciamo che stiamo “male emotivamente”, intendiamo in senso metaforico che la depressione profonda è dolorosa. L’evidenzia più forte è impressa nel numero di persone che trovando il dolore così intollerabile, scelgono di smettere di soffrire attraverso il suicidio. Si stima che negli USA 40.000 suicidi all’anno siano attribuibili alla depressione (più del doppio dei decessi per incidenti stradali e del numero di omicidi).

Quando una persona è depressa, la sua mente e il suo corpo sono in uno stato di enorme squilibrio. La fisiologia cerebrale è alterata, gli ormoni dello stress sono in costante aumento, e quasi tutti i sistemi corporei sono colpiti. Ecco perché i sintomi della depressione di solito interrompono i ritmi regolari di una persona di mente e corpo.

Molti studi hanno indagato circa la connessione tra depressione e dolore.

I seguenti fattori sono emersi come possibili spiegazioni

  1. Aree cerebrali comuni

Diversi studi hanno dimostrato che il dolore psicologico e quello fisico hanno in comune l’attivazione di alcune aree cerebrali: le aree associate a entrambi i tipi di dolore includono l’insula (che facilita la conoscenza dei nostri stati interni), le regioni della corteccia frontale, compresa la corteccia cingolata anteriore, e il talamo. La differenza più forte tra dolore fisico e psicologico, sembrerebbe essere che il dolore fisico attiva regioni cerebrali somatosensoriali, coinvolte nel nostro senso del tatto. Così, il cervello sembra interpretare il disagio psicologico in modo simile al disagio fisico.

  1. Neurotrasmettitori comuni

Il dolore fisico ed emotivo sembra coinvolgere neurotrasmettitori simili, tra cui serotonina, GABA, glutammato e noradrenalina. Infatti, per alcune patologie vengono prescritti “anche” farmaci in grado di alleviare i sintomi della depressione, come gli inibitori selettivi della ricaptazione della serotonina (SSRI). Evidenze mostrano che un neurotrasmettitore chiamato “Sostanza P”, che è strettamente legato alla nostra capacità di rilevare le minacce e sperimentare dolore fisico, è coinvolto anche nella depressione. La “sostanza P”  è un neuropeptide, un polipeptide a catena corta, appartenente alla famiglia delle tachichinine, che agisce da neurotrasmettitore, ed è implicato nella modulazione del dolore e nel vomito.

Si evidenzia che i livelli di “sostanza P” tra gli individui depressi sono correlati con alcune differenze strutturali legate alla depressione.

  1. Infiammazione

Le citochine infiammatorie sono sostanze chimiche presenti nell’organismo che promuovono la risposta infiammatoria. L’infiammazione è strettamente connessa al dolore fisico, e le citochine infiammatorie sono elevate anche in alcuni individui con depressione. Ulteriori ricerche hanno dimostrato che lo stress cronico innesca il rilascio cronico di citochine infiammatorie, che a sua volta porta alla neuro-infiammazione e conseguentemente alla depressione.

  1. Maggiore sensibilità al dolore

La depressione tende a sensibilizzare al dolore – il termine clinico è iperalgesia. Il fattore comune nella sensibilità alla depressione e al dolore può essere lo stress cronico; i fattori di stress acuto spesso portano a una diminuzione della sensibilità al dolore, mentre lo stress prolungato tende a sensibilizzarci al dolore.    L’ iperalgesia nella depressione può farci notare anche dolori minori che altrimenti ignoreremmo.

  1. Tutto è faticoso

Tutto diventa insopportabilmente faticoso, mangiare, fare il bagno, vestirsi, lavorare e prendersi cura dei nostri figli può richiedere una quantità enorme di energia. Lo sforzo intenso che ci vuole solo per andare avanti fa sentire tutto come una dolorosa battaglia, un’infinito percorso in salita.

Il dolore fisico è difficile da ignorare, e per una buona ragione, ci avverte che qualcosa non va, così possiamo agire per risolverlo (come tirare fuori una scheggia dal nostro piede).

Il dolore psicologico può svolgere una funzione simile, comunicandoci che qualcosa ci fa stare male motivandoci a fare cambiamenti.  Questo dolore può essere superato.

 

 

Fonte:

Articolo tradotto e adattato da:

psychologytoday.com

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15 Marzo Giornata nazionale contro i disturbi del comportamento alimentare

Secondo i dati 2017 dell’Organizzazione mondiale della sanità i disturbi del comportamento alimentare (DCA) rappresentano oggi una delle patologie più preoccupanti del mondo occidentale per la loro rapida diffusione, aumentano i casi maschili e si è abbassata in modo preoccupante l’età di esordio, coinvolgendo la fascia di età prepuberale e preadolescenziale. Secondo L’OMS i Dca rappresentano la seconda causa di morte per le adolescenti dopo gli incidenti stradali

Secondo le stime ufficiali, il 95,9% delle persone colpite dai disturbi alimentari sono donne.
L’incidenza dell’anoressia nervosa è di almeno 8 nuovi casi per 100mila persone in un anno tra le donne, mentre per gli uomini è compresa fra 0,02 e 1,4 nuovi casi.
Invece, per quanto riguarda la bulimia ogni anno si registrano 12 nuovi casi per 100mila persone tra le donne e circa 0,8 nuovi casi tra gli uomini.

Oggi 15 marzo 2018 si celebra la VII Giornata nazionale del Fiocchetto Lilla, con oltre 120 gli incontri in tutta Italia.

Una giornata di sensibilizzazione, nata nel 2012 ad opera di Stefano Tavilla con l’obiettivo di far conoscere i Dca, ma soprattutto di sensibilizzare l’opinione pubblica poichè i servizi pubblici o convenzionati a disposizione non sono distribuiti in modo omogeneo in ogni Regione, ancora oggi non per tutti sono previsti servizi adeguati a chi ne soffre e alle loro famiglie.

I disturbi dell’alimentazione sono vari e differenti tra loro. La gravità di questo tipo di problemi non deve essere sottovalutata, i Dca sono determinati da una pluralità di variabili che scatenano i sintomi e ne influenzano il decorso. Si tratta di disturbi egosintonici, i pazienti, dunque, non sono consapevoli di stare male, non chiedono aiuto, anzi lo rifiutano. E questo, insieme a una presenza deficitaria di strutture, ne rallenta la diagnosi. Data la loro complessità, l’intervento precoce riveste un’importanza particolare,  è essenziale una grande collaborazione tra figure professionali con differenti specializzazioni (psichiatri, pediatri, psicologi, dietisti, specialisti in medicina interna), ai fini di una diagnosi precoce, di una tempestiva presa in carico all’interno di un percorso multidisciplinare e di un miglioramento dell’evoluzione a lungo termine.

 

 

famiglie ricomposte intervista marcellino vetere

Famiglie Ricomposte: video intervista al Prof. Marcellino Vetere

Cosa sono le famiglie ricomposte? Ce ne parla in questa video intervista il prof Marcellino Vetere, Responsabile del corso: L’intervento clinico con le Famiglie Ricomposte. 

Psicologo, psicomotricista, psicoterapeuta, mediatore familiare. Professore a contratto presso l’Università Cattolica di Milano sul tema delle famiglie ricomposte. Curatore del testo ”La sfida delle famiglie ricomposte”,  coautore del libro “Ricomporre le famiglie: tra ferite e risorse”. Socio fondatore dell’Istituto Veneto di Terapia Familiare, Direttore della sede di Vicenza, membro del comitato di redazione della Rivista Storie e Geografie Familiari, membro della Commissione Didattica Associazione Internazionale Mediatori Sistemici (AIMS), socio supervisore della rete AITF (Associazione Istituti di Terapia Familiare

Il Rapporto ISTAT 2014 ci racconta che le famiglie di monogenitori non vedovi superano 1,5 milioni, con un aumento del 47,7% rispetto al 2007.

La maggioranza di queste famiglie,  l’83,7%, è costituita da madre con figli.

La forma familiare tradizionale, che 20 anni fa era maggioritaria, rappresenta oggi meno di una famiglia su 3. I tassi di separazione e divorzio sono in continua crescita.

“Salve Professore, parliamo con lei di Famiglie Ricomposte. I tassi di separazione e divorzio sono in continua crescita. La durata media del matrimonio è pari a 18 anni e l’età media al momento del divorzio è di 45 anni. Il 72% delle separazioni ed il 62,7% dei divorzi hanno riguardato coppie con figli avuti durante il matrimonio. Nel 2015 la quota di famiglie ricomposte dopo la fine del matrimonio ha superato il 30 per cento sul totale dei nuclei. Dal suo vertice professionale e clinico qual’è la situazione italiana rispetto al fenomeno delle famiglie ricomposte, e qual’è lo scenario di opportunità per gli psicologi?”

 

Kaslow è stato determinante nello sviluppo del tuo percorso e del modello specifico che avete sviluppato. Puoi raccontarcene?

 

Nel 2000 F. Kaslow presentando il suo modello a sette stadi, sottolineò che le modalità con cui è avvenuto il primo matrimonio e le modalità con cui si realizza il divorzio hanno un notevole impatto sul secondo matrimonio, che ne pensa?

 

Quindi sulla base di questi incontri con Kaslow e Scott Browning è nato un gruppo di persone che in maniera strutturata si è occupata di portare questo modello in Italia.

 

Avete dunque pensato che fosse necessario mettere a punto concrete procedure cliniche con cui affrontare il lavoro con questa specifica tipologia di famiglia?

Emerge quindi che è necessario mostrare come cambia con una famiglia ricomposta -rispetto alla terapia familiare classica – l’approccio alla crisi quando il contesto è plurinucleare, qual è quello della famiglia ricomposta.
 Risulta necessario quindi “Comprendere” la famiglia ricomposta, comprendere le peculiarità del modello, rispetto ai tradizionali

Quale è lo scenario di opportunità rispetto all’intervento sulle famiglie ricomposte

di seguito alcune domande poste da 3 colleghe

Domanda di Claudia: “Seguo un papa’ afflitto dal dover comunicare a suo figlio adolescente il fatto che la nuova compagna aspetta un figlio. Ha sensi di colpa.”

Domanda di Valentina: “Con una collega abbiamo avuto un primo colloquio con una famiglia ricomposta. Entrambi i genitori si sono risposati e hanno avuto altri figli. La “nuova” figlia della mamma, di 4 anni, non sa che i fratelli non sono figli di suo padre. Vorremmo lavorare con questa “nuova” famiglia affinché il segreto venga svelato. Che ne pensa, prof?”

Domanda di Marisa: “Può darci delle indicazioni generali sulle convocazioni? Ad esempio se a suo avviso c’è qualcosa da non fare mai? O se ci sono delle “regole auree”?”

 

 

violenza minori

INSPIRE: sette strategie per porre fine alla violenza contro i bambini

L‘Oms stima che a livello globale nell’ultimo anno quasi un1 miliardo di minori di età compresa tra 2 e 17 anni abbiano subito violenze o negligenze fisiche, sessuali o emotive, l’impatto sulla salute e il benessere di chi l’ha subita può avere pensati ricaduta per tutta la vita.

Nel 2016 si è registrato un vero record: sono stati 5.383 i minori vittima di violenza, non solo sessuale; si tratta di circa 15 bambini ogni giorno. In sei casi su dieci si tratta di bambine.

Il denominatore comune della violenza sui minori è un rapporto cosciente o inconscio di stru­mentalizzazione del bambino da parte del mondo adulto, reso possibile dalla superiorità fisica o psichica dell’adulto, dal quale la vita del bambino dipende.

L’ Oms descrive sei principali tipi di violenza interpersonale che tendono a verificarsi in fasi diverse dello sviluppo di un bambino.

  1. Il maltrattamento (compresa la punizione violenta) implica violenza fisica, sessuale e psicologica / emotiva; trascuratezza di neonati, bambini e adolescenti da parte di genitori, operatori sanitari e altre figure di autorità, più spesso a casa, ma anche in strutture come scuole e orfanotrofi.
  2.  Il bullismo (compreso il cyberbullismo) è un comportamento aggressivo indesiderato di un altro bambino o di un gruppo di bambini che non sono né fratelli né in una relazione romantica con la vittima. Comporta ripetuti danni fisici, psicologici o sociali e spesso si svolge nelle scuole e in altri ambienti in cui i bambini si riuniscono e online.
  3. La violenza giovanile è concentrata tra i bambini e i giovani di età compresa tra 10 e 29 anni, si verifica più spesso in contesti comunitari tra conoscenti e sconosciuti.
  4. La violenza domestica implica violenza fisica, sessuale ed emotiva da parte di un partner intimo o ex-partner.
  5. La violenza sessuale include il contatto sessuale non consensuale completato o tentato e atti di natura sessuale che non comportano contatto (come voyeurismo o molestie sessuali); atti di traffico sessuale commessi contro qualcuno che non è in grado di acconsentire o rifiutare; e lo sfruttamento online.
  6. La violenza emotiva o psicologica include la limitazione dei movimenti di un bambino, denigrazione, ridicolo, minacce e intimidazioni, discriminazione, rifiuto e altre forme non fisiche di trattamento ostile.

La violenza contro i bambini ha un impatto per tutta la vita sulla salute e il benessere di chi l’ha subita, della famiglia, della comunità e della società intera, ma la violenza può essere prevenuta. 

Per questo motivo l’obiettivo 16.2 dell’Agenda 2030 dell’Oms per lo sviluppo sostenibile è “porre fine all’abuso, allo sfruttamento, alla tratta e a tutte le forme di violenza e tortura nei confronti dei bambini e dei minori”.

Sotto la guida dell’Oms, un gruppo di 10 agenzie internazionali ha sviluppato e approvato un pacchetto di misure chiamato INSPIRE, in tutto sette strategie per porre fine alla violenza contro i bambini.    

Ogni lettera della parola INSPIRE rappresenta una delle strategie, e la maggior parte ha dimostrato di avere effetti preventivi su diversi tipi di violenza, oltre a benefici in settori come la salute mentale, l’educazione e la riduzione della criminalità.

Le sette strategie sono: 

  • Implementation and enforcement of laws: attuazione e l’applicazione delle leggi (ad esempio, il divieto di disciplina violenta e limitando l’accesso a alcool e armi da fuoco); 
  • Norms and values: norme e valori cambiano (per esempio, modificando le norme che perdonano l’abuso sessuale delle ragazze o il comportamento aggressivo tra i ragazzi); 
  • Safe environments: ambienti ripuliti (come l’identificazione di quartiere “punti caldi” per la violenza e poi affrontare le cause locali attraverso una politica che risolva i problemi e altri interventi); 
  • Parent and caregiver support: parenti e il sostegno del caregiver (ad esempio, fornendo formazione dei genitori per i giovani, i genitori di prima volta); 
  • Income and economic strengthening: risultati e rafforzamento economico (come la microfinanza e la formazione sull’equità di genere); 
  • Response and support services: servizi a disposizione (per esempio, garantire che i bambini che sono esposti alla violenza possono accedere efficaci cure d’emergenza e di ricevere un adeguato sostegno psico-sociale); 
  • Education and life skills: istruzione e abilità per la vita (come garantire che i bambini frequentano la scuola, e fornendo la vita e le competenze sociali di formazione).

Fonte

Quotidiano Sanità

Insonnia cronica

L’insonnia cronica provoca evidenti interruzioni delle connessioni funzionali del cervello

Il disturbo cronico dell’ insonnia (CID) è considerato un grave problema di salute pubblica in tutto il mondo molto comune (circa il 30% della popolazione ne soffre), e può presentarsi sia come conseguenza o aspetto di un altro disturbo medico o psichiatrico (insonnia secondaria) oppure come forma indipendente e autonoma nella sua eziologia e nel suo sviluppo (insonnia primaria). L’insonnia cronica è caratterizzato da una reiterata difficoltà ad iniziare il sonno, frequenti risvegli durante la notte oppure risvegli nelle prime ore del mattino dopo 4-5 ore di sonno (Spiegelhalder et al., 2015; Kay and Buysse, 2017).
I sintomi persistenti di insonnia influenzano, non solo, la qualità della vita quotidiana, possono influenzare l’attività lavorativa, ma possono inoltre causare ansia (Li et al., 2016), stress cronico, disturbo bipolare, disturbo post traumatico da stress, depressione.

l legame tra insonnia e depressione è piuttosto complesso e, l’insonnia può risultare una causa, ma anche essere predittiva di depressione (Baglioni et al., 2011)

Un recente studio condotto da ricercatori cinesi dell’Università di Zhengzhou, ha mostrato come l’insonnia cronica provoca evidenti interruzioni delle connessioni funzionali del cervello. Le interruzioni delle sinapsi sarebbero inoltre correlate all’Indice della depressione e alla Scala dei disturbi del sonno ma non all’Indice di ansia.

Yongli Li e colleghi hanno utilizzato una risonanza magnetica a riposo e analisi teoriche del grafico ottenuto per esplorare le differenze delle connessioni funzionali cerebrali in 45 pazienti con disturbo da insonnia cronica (CID), confrontati con 32 soggetti sani combinati per sesso, età e istruzione. I pazienti con CID presentavano differenze significative nell’organizzazione globale e regionale delle connessioni funzionali rispetto ai controlli sani. La rete cerebrale era significativamente alterata nei pazienti con CID e molte di queste alterazioni erano correlate in modo significativo con due parametri di valutazione, il Pittsburgh Sleep Quality Index e con l’Hamilton Depression Scale, ma non con l’Hamilton Anxiety Scale.

“Complessivamente, questi risultati indicano che l’architettura delle interazioni cerebrali nei pazienti CID cambia a livello globale e individuale, fornendo evidenze che  la CID, in una certa misura, interrompe l’organizzazione topologica delle connessioni funzionali del cervello”, concludono i ricercatori.

 

 

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La Psicosi potrebbe essere diagnosticata dall'analisi automatizzata del linguaggio

La Psicosi potrebbe essere diagnosticata dall’analisi automatizzata del linguaggio

Un nuovo studio pubblicato su World Psychiatry  avrebbe dimostrato che, analizzando le differenze a livello semantico e l’uso dei pronomi personali, l’analisi automatizzata del linguaggio sarebbe in grado di stabilire, con una buona accuratezza, le persone potenzialmente affette da psicosi tra gli individui a rischio.

I ricercatori, guidati da Cheryl Corcoran, dell’Icahn School of Medicine di New York,  hanno testato la capacità del classificatore di distinguere il linguaggio degli adolescenti con recenti sintomi di psicosi dal linguaggio normale, su due coorti di pazienti: un gruppo di 59 ragazzi di età media di 17 anni e un altro di 34 giovani di età media di 22 anni.

Il sistema riuscirebbe a distinguere una diminuita coerenza semantica, una maggiore variabilità in questa coerenza e un ridotto utilizzo di pronomi possessivi nei soggetti psicotici.

Dai risultati sarebbe emerso che il classificatore sarebbe stato in grado di classificare la psicosi con un’accuratezza dell’83% nella prima coorte considerata. Inoltre, applicando i dati vocali alla seconda coorte, il classificatore avrebbe discriminato i ragazzi ad alto rischio con una accuratezza complessiva del 79%.

Lo strumento sarebbe stato anche in grado di discriminare il linguaggio di 16 pazienti con psicosi di recente insorgenza da quello di 21 individui sani, con una precisione del 72%.

La Corcoran sottolinea:

“Questo approccio non è ancora pronto per la pratica clinica. I prossimi passi nel percorso di sviluppo di questo strumento saranno la convalida in ampi studi multicentrici, test sulla riproducibilità e l’identificazione di ulteriori fattori di variabilità, come età genere, etnia e lingua. A differenza di altri disturbi medici, in psichiatria non esistono esami di laboratorio o test radiologici specifici per la diagnosi: l’analisi automatizzata del linguaggio ha un potenziale sviluppo importante. Questo test potrebbe essere molto utile se combinato con altri marcatori o con esami di neuroimaging.”

Fonte: 

Quotidiano Sanità