La promozione di relazioni familiari positive nelle separazioni

Il tema della promozione di relazioni familiari positive nelle separazioni è stato il cuore della sessione parallela da me moderata all’interno del IV Convegno Nazionale di Psicologia Giuridica, tenutosi a Roma lo scorso novembre.

Un tema di grande attualità nello scenario socio-politico che stiamo attraversando che si propone di affrontare la questione delicata e controversa che riguarda il rapporto tra prescrizione/autodeterminazione dei percorsi di sostegno/potenziamento delle “funzioni genitoriali” in famiglie ad alta conflittualità in fase di separazione/divorzio o in condizioni di pregiudizio per la prole in situazioni di limitazione della responsabilità genitoriale.

Non di rado capita di leggere nei provvedimenti dei Tribunali civili e minorili, indicazioni che prevedono il ricorso a interventi di natura clinico-consulenziale come il sostegno alla genitorialità o percorsi di “potenziamento delle funzioni genitoriali” pena la modifica/ interruzione della continuità genitoriale nel rapporto con la prole, oppure, nei casi più gravi, la limitazione/decadenza della responsabilità genitoriale.

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La giurisprudenza sempre più frequentemente si sta esprimendo sfavorevolmente nei confronti di tali interventi psicologici in quanto “connotati dalla finalità – estranea al giudizio – di realizzare la maturazione personale delle parti, rimessa esclusivamente al loro diritto di autodeterminazione” (sentenze n.13506 del 01/07/2015 e n. 18222 del 15/07/2019).

Per le professionalità di settore la sensazione che si prova è quella di stare in un vicolo cieco, combattuti tra la responsabilità di contribuire a sistemi di tutela del diritto-dovere alla bigenitorialità e quello del benessere relazionale delle famiglie che, talvolta, percepiscono il mandato dei tribunali come una minaccia all’esercizio della genitorialità e non come una forma di aiuto. E’ superfluo sottolineare quanto il riconoscimento del bisogno di aiuto sia un presupposto imprescindibile per la riuscita degli interventi di natura clinica. Ed è proprio qui il paradosso: prescrizione/autodeterminazione.

Realizzare interventi orientati alla promozione del benessere e allo sviluppo delle persone e dei gruppi sociali, significa tenere in considerazione la condizione della persona come appartenente a un macro sistema che include la Famiglia nel senso più ampio del termine, ma anche il sistema delle istituzioni preposte alla cura socio-sanitaria e alla tutela delle persone vulnerabili o in situazioni di rischio, ovvero i servizi pubblici sanitari, gli enti locali, gli ambiti sociali territoriali, le autorità giudiziarie e il terzo settore in generale.

Obiettivo della riflessione in atto è, dunque, che il principio di interprofessionalità inteso come pluralità di sistemi, istituzionali e professionali relativi ai diversi ambiti di intervento dello psicologo giuridico (De Leo e Patrizi, 2002), possa riferirsi a quella particolare condizione, potenzialmente conflittuale, in cui si trovano a confrontarsi le professionalità della salute mentale che intervengono all’interno del sistema di giustizia.

In questi casi, talvolta esse possono trovarsi divise tra le responsabilità verso la propria professione e quella nei confronti di un’agenzia differente (ad esempio, un tribunale, il servizio sociale) e sperimentare con ambivalenza la propria posizione, esitando tra la consapevolezza della sofferenza dei suoi interlocutori e l’impossibilità di offrire alla stessa una risposta di natura terapeutica (Camerini et al., 2018), laddove manca una motivazione spontanea all’intervento e una richiesta di aiuto che si basi sul riconoscimento di un bisogno reale.

Tale dibattito non trova ancora un accordo e una visione condivisa a livello interdisciplinare, braccati come siamo ciascuno nei limiti del proprio ruolo. Uno strumento utile per dipanare la matassa potrebbe essere quello della valutazione delle capacità genitoriali, sempre più spesso richieste dai Tribunali, ma non come un percorso meramente volto alla formulazione di un parere sul quale basare una decisione giudiziaria, quanto piuttosto come un percorso di osservazione delle dinamiche familiari e della qualità relazionale in seno alle famiglie divise ad alta conflittualità, con la finalità principale di accompagnarle verso il riconoscimento del proprio bisogno di aiuto in una chiave ripartiva orientata al benessere relazionale su cui costruire interventi mirati a poter formulare prognosi di segno positivo.

A cura della Dott.ssa Francesca Vitale

08/02/2020

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