La Psicologia dell’immigrazione

La società Italiana,  sempre più multietnica e multiculturare  è una realtà in continua trasformazione in un contesto globale e geopolitico di  cambiamenti epocali. I  fenomeni migratori, con l’enorme varietà di etnie presenti, danno al nostro paese una complessità maggiore nella gestione delle politiche di accoglienza ed integrazione.

Pertanto,  siamo di fronte a dei mutamenti  sociali- culturali  profondi e irreversibili  che impongo a tutti  nuovi approcci, nuove riflessioni,  diverse   modalità  relazionali nel rapporto con l’immigrazione e con i migranti.

Nella moltitudine delle argomentazioni sulla complessa tematica della psicologia dell’immigrazione come nuovo approccio, dobbiamo necessariamente stringere il campo di osservazione  dal punto di vista delle relazioni transculturali, etno- psico-sociali, come ambito non solo di studio ed osservazione  , ma anche per fornire    pragmatiche  risposte  di prevenzione cura e benessere, ai tanti bisogni della popolazione migrante. Bisogni  che- tendono ad essere visti- troppo spesso- solo come primari, mentre, sembra ancora difficile vedere le potenzialità delle tante risorse, insite nella ricchezza delle differenze umane e  culturali.

La psicologia dell’immigrazione, a buon diritto, dovrebbe poter essere considerata un ulteriore strumento al servizio  dei percorsi  di integrazione.

Integrazione intesa, non solo come  apprendimento dinamico di diritti\doveri da parte dei cittadini migranti, ma anche come reciprocità, conoscenza, scambio,  rispetto  nelle relazioni ed interazioni fra “noi altri”. Siamo immersi in continui scambi comunicativi ed umani, in un mondo fatto di differenze e diversità; culturali, religiose, geografiche, politiche, sociali etc. etc.

Non possiamo non comunicare .Non possiamo non essere diversi.

E, siamo diversi anche da noi stessi, nel cambiamento spico-fisico legato ai diversi aspetti del ciclo di vita. Dalla culla alla terra, la diversità ci accompagna sempre.

Ma, tutto ciò che è altro- diverso, può divenire… ciò che è  sconosciuto che crea paura ed angoscia, possono nascere così sentimenti di odio discriminazione, razzismo.

Diffondere la cultura della conoscenza dell’altro, attraverso una psicologia delle relazioni interculturali e  transculturali, può aiutare a prevenire, curare le  tante difficoltà che possono sorgere nelle forme di marginalità  o esclusione sociale. Nelle patologie legate ai traumi del viaggio e delle separazioni, allo shock culturale, fino alle gravi forme di perdita dell’identità e psicosi.

La psicologia dell’immigrazione, può essere una modalità pragmatica nella gestione dei conflitti dove carenze e bisogni  entrano in competizione in una guerra fra poveri, ed  in cui alligna,  inevitabilmente,  il sentimento legato all’invasività. L’altro, che  prende e toglie risorse

Dunque, se la psicologia è una disciplina che studia il comportamento umano con i suoi affetti e sentimenti, possiamo dire che la psicologia dell’immigrazione si propone di studiare il comportamento umano con particolare attenzione all’incontro fra le  differenze etniche e culturali.   Come queste differenze vengono vissute, percepite, accettate, ostacolate, quali emozioni sentimenti e comportamenti   si strutturano nel momento in cui una o più culture si incontrano.

Alla luce di quanto sopra esposto, e per  una prima sintetica panoramica sull’importanza dei gap culturali,  vi sono importanti definizioni che  fanno riferimento  ai diversi status dei migranti: migrante economico, rifugiato politico,  profugo, richiedente protezione, minore straniero non accompagnato etc..

Tali diversificazioni, determinano di fatto importanti implicazioni, non solo per i vari percorsi di integrazione ed inclusione,  ma in tutti quegli aspetti che determinano  capacità adattative di problem solving, con  comportamenti o meno di resilienza, di apertura o chiusura verso la cultura ospitante.

Nell’approccio con le diverse culture e persone immigrate, per esempio un  rifugiati politico, che scappa da persecuzioni e guerre, può portare con sé un vissuto persecutorio, che ne  inficia in senso negativo, le relazioni di aiuto ed inserimento socio-lavorativo.

Diversamente, un migrante economico, come spesso accade,  è il portatore di un investimento  economico della famiglia, o di un intero villaggio, affichè colui che migra possa  approdare nel sogno europeo di benessere e ricchezza.

Un sogno, che spesso si infrange nel contatto con  una  realtà dura e difficile, dove la propria unica forza lavoro, impatta con  possibilità occupazionali assenti o deludenti. Ecco dunque, che il carico delle aspettative proprie e delle famiglie che si lasciano nei vari paesi,  insieme ai  sogni e alle  speranze deluse, possono divenire troppo frustranti e dolorosi da sopportare.

Le casistiche riportate, sono solo una minima parte di tante altre situazioni connesse alle moltissime culture, che peraltro, in termini di flussi e presenze etniche stanno ancora cambiando significativamente. Infatti, sebbene i migranti economici siano sempre una percentuale elevatissima, fra questi  ad esempio, vi sono molti migranti magrebini, che per via della crisi stanno cambiando le loro rotte migratorie, o addirittura ritornando definitivamente nei paesi di origine.

Per concludere, ribadendo l’estrema complessità della tematica immigrazione, e cercando di porre successive riflessioni ed approfondimenti a quanto sinteticamente accennato, posso senz’altro dire che la sfida dell’incontro delle diversità, è spesso faticosa, a volte dolorosa, a volte gioiosa. Sempre vitale. Assolutamente umana.

10/12/2018

2 responses on "La Psicologia dell'immigrazione"

  1. interessantissimo
    la psicologia non può non considerare gli aspetti culturali

  2. L’altro o il diverso ci insegna che siamo figli di un unico mondo e di una sola umanità e che se “ci” osserviamo da vicino, si scopre che tanto diversi non siamo!

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