PSICOLOGIA DELL’IMMIGRAZIONE. Fattori di rischio, traumi e patologie nei processi migratori. La metafora del viaggio e dei porti chiusi.

PSICOLOGIA DELL’IMMIGRAZIONE. Il viaggio della speranza, così viene definito il viaggio del migrante, che lascia il suo paese e migra altrove.

Spesso ,l’ altrove non è una meta ad occhi chiusi  in ogni parte del mondo, ma un progetto di vita, dove si intersecano fattori fondamentali e cruciali sulla scelta di approdo al paese prescelto.

E, di fatto possiamo dire che – semmai – quella del paese di arrivo, è l’unica scelta possibile, in quanto chi migra, lo fa proprio perché non ha più altre possibilità. Rimanere  nel paese di origine a sopportare stenti, patimenti, o torture e guerre, o partire e… sperare. Il sentimento della speranza diviene un moto di resilienza per affrontare miraggi, sogni, desideri,  ma anche paure, angosce profonde, insite in tutti i processi di crisi e cambiamento.

Interagiamo ogni giorno con molti migranti, possiamo sapere le loro appartenenze etniche e religiose, ma molto difficilmente sappiamo di quanto doloroso, difficile, e costoso non solo in termini monetari, sia il distacco. Un distacco,  che può divenire una rottura drammatica di reti familiari ed affettive.

Inoltre, il costo stesso del viaggio, di chi appunto rimane fuori dai circuiti regolarizzati dalle quote annuali sui flussi migratori, è veramente esoso. Si pagano cifre  enormi, a scafisti e trafficanti di varia natura      per fuggire da   paesi  molto poveri  come India, Bangladesh, Pakistan. Nigeria, Ghana etc. Somme elevatissime, che a volte, sono il frutto delle risorse di un intero villaggio, per affrontare viaggi lunghi, molto pericolosi, sia attraversando il Mediterraneo, che per la altre rotte che passano per la Turchia, la Grecia, Russia, Polonia Germania etc.

Non si vuole dare enfasi alla  retorica della sofferenza dei migranti, così come spesso ideologie terzomondiste vogliono propinare al fine di politicizzare e strumentalizzare tali tematiche, ma si vuole dare dignità alla natura umana del legittimo diritto alla sopravvivenza, alla vita, ed alla qualità della stessa.

Un diritto che può essere riconducibile a quello della salute mentale ed al benessere psico-fisico, come diritto universale per tutti i cittadini del mondo. Una società che non tutela tale diritto, produce disagio e povertà, guerre  e migrazioni. La Siria è un esempio di tale scempio, non solo di risorse, ma di capitale umano prezioso, per un popolo ricco di storia e cultura, devastato nel suo tessuto socio economico, e sottoposto a sofferenze fisiche e  psichiche, da anni, sotto gli occhi di tutto il mondo.

Dunque, il viaggio, la migrazione considerata con la doverosa attenzione al migrante come persona, alla vita emotiva, ai suoi sentimenti ed affetti, ai suoi bisogni profondi,  ci dovrebbe far riflettere sui fattori traumatici che il  cambiamento di vita comporta  e l’impatto culturale che ne  consegue. Sono molte le patologie che possono manifestarsi nel migrare: la depressione con tutte le sue possibili varianti cliniche e culturali, è certamente uno dei fattori di rischio  elevato, insieme a patologie fobiche o legate ai vari disturbi di personalità.

Di fatto il viaggio, mette chi lo affronta – inevitabilmente in una condizione di fragilità, vulnerabilità,  di ansia ed angoscia. Il distacco, la perdita di un mondo  affettivo, per raggiungere un mondo sconosciuto, sono prove e sfide che creano fattori di stress, che possono essere contenuti se  entrano in gioco altri fattori di resilienza e tenuta emotiva. Se entra in gioco insomma,  la sana pulsione di vita e sopravvivenza.

La psicologia dell’immigrazione, dovrebbe poter creare una educazione ed una cultura dell’altro e della diversità, per imparare ad avere uno sguardo profondo sui tanti stranieri- altri, con cui tutti interagiamo quotidianamente.

Perché, sembra insomma difficile vedere il migrante dal punto di vista psicologico, si tende più ad averne una percezione di essere relegato al mondo  del quotidiano lavorativo o meno: la badante il fruttivendolo egiziano, il pakistano giardiniere, l’africano fannullone e col cellulare, e cos’ via. Ed ecco, che, sulla base di queste percezioni dove le persone non vengono né viste, né guardate si può arrivare al sentimento della paura e diffidenza, alla chiusura.

Si chiudono e si pregiudicano relazioni di scambio e di conoscenza, si creano barriere che non fanno bena alla salute mentale, né di chi le alza e tantomeno a chi le subisce. La paura, il disagio, la discriminazione, non sono sentimenti che hanno positività, sono sentimenti che oscurano la mente e la portano ad ulteriori negatività. Ma è bello pensare alla mente umana, come un mare aperto con onde infinite di sinapsi creative, che possano approdare ad un porto sereno.

In fin dei conti un porto chiuso è come un riflettore che  deve rimanere acceso più sulle triangolazioni politiche internazionali, che sulle persone. Donne, uomini, bambini, storie di mondi e di vita che sono rimaste a galleggiare nella speranza e nella disperazione.  Storie che non sarà facile capire e conoscere, e che sicuramente avranno lasciato altri segni profondi nel cuore e nella mente dei migranti coinvolti in quelle tristi vicende.

Possiamo dire però,  che loro –  i porti.., le  storie di migrazione le vedono da millenni, e che le continueranno a vedere e vedere. La storia non si ferma, così come la mente umana è un mare di idee, sentimenti ed emozioni, che non si fermano perché sono parte della nostra psiche profonda ed arcaica. E che, per quanto mi riguarda , io considero senza confini e ontologicamente sana.

21/02/2019

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