Social eating: condividere il piacere di stare a tavola

 

Siamo nell’epoca della sharing economy, un periodo storico basato sull’economia della condivisione e sul principio di riduzione dei consumi. Così come per molti settori di consumo, come ad esempio il car sharing o l’house sharing, anche il social eating si è affermato come movimento volto a riscoprire il piacere del condividere il momento del pasto.

 

In cosa consiste il social eating?

 

Questo concetto nasce proprio dall’idea che il momento del pasto, sia esso un pranzo o una cena, non sia legato solo all’esperienza culinaria in sé, ma anche all’aspetto conviviale, in cui è possibile socializzare e creare nuove cerchie di legami tra persone fino a quel momento sconosciute.

 

Per fare un esempio concreto, la piattaforma Gnammo è una delle diverse invenzioni volte a favorire questo processo. Il sito permette di registrarsi come “cuoco” o come “ospite”, accedendo poi ad una serie di eventi (cene di cucina casalinga, barbecue, pranzi etnici ecc.) a cui è possibile partecipare su base volontaria, pagando una tariffa che stabilisce il cuoco, ovvero la persona che sceglie di mettere a disposizione la propria casa ai commensali, preparando egli stesso le diverse pietanze proposte nel suo menù. Chiunque può partecipare come ospite e i cuochi non necessariamente devono essere professionisti. L’idea è infatti proprio quella di condividere un momento di socialità con persone nuove, prima ancora di degustare un’ottima cena preparata in casa.

 

E’ chiaro come questo tipo di movimento sia tanto più necessario quanto è grande il contesto in cui si vive. Il social eating è infatti fondamentalmente un fenomeno “da città”, dove gli abitanti sono alla ricerca continua di nuove conoscenze, paragonando un po’ questa esperienza al fenomeno del dating online (appuntamenti tra sconosciuti).

 

Nuovi modelli di commensalita’

 

Siamo quindi di fronte ad un fenomeno che è figlio dell’epoca in cui viviamo, un periodo storico dove le tecnologie digitali permettono di connettere più velocemente un numero sempre crescente di persone, accomunate dallo stesso bisogno di aggregazione e socialità. In questo contesto il valore etico del mangiare viene prima di quello economico: amicizia, condivisione di idee, esperienze culinarie tipiche e particolari, stili di vita salutari e sostenibili si fondono all’unisono per ritrovare nel concetto di gruppo rassicurazione e gratificazione, una propria identità, un proprio posto nel mondo che ci circonda.

Il richiamo di queste pratiche all’autenticità, ai valori della tradizione e al concetto primordiale di commensalità stessa, sottolinea quanto ad oggi sia forte l’esigenza di stabilire delle regole alimentari che non ruotino attorno ad un ritorno nostalgico al passato, ma ad un modo nuovo di vivere il presente, un presente mobile, veloce ed individualizzato che non vuole dimenticare le proprie radici culturali.

 

La condivisione del pasto e le problematiche connesse al cibo

 

All’interno di questo contesto sociale, quale spazio trova l’individuo e come può essere gestito il proprio e personale rapporto con il cibo?

 

Come sempre, esistono due facce della stessa medaglia: da un lato, questo nuovo modo di vivere i momenti del pasto può certamente limitare alcuni atteggiamenti disfunzionali di consumo. Per qualcuno, infatti, mangiare in compagnia può essere un buon modo per limitare comportamenti di rifiuto del cibo o di selezione forzata degli alimenti. Qualcuno può preferire mangiare insieme ad altri per rompere la solitudine, per godersi il momento del pasto per ciò che è, per gustare a pieno il cibo legandolo ad un’esperienza che va oltre il piatto che si ha davanti, per ritagliarsi un momento di piacevole relax e per prendersi cura di sé.

D’altro canto, in casi più specifici, come ad esempio l’Ortoressia Nervosa, il momento di convivialità è percepito non come un’opportunità, ma al contrario come un limite, un momento da evitare poiché ritenuto dannoso per la propria salute. Nei pazienti ortoressici, così come per altri disturbi alimentari, i processi di socializzazione sono ridotti al minimo, tanto da compromettere severamente la vita relazionale di queste persone. In questi casi, il disagio e il rifiuto dello stare insieme a tavola può essere visto come campanello d’allarme su cui il professionista deve porre attenzione.

In conclusione, la ripresa delle buone pratiche del mangiare insieme, grazie anche a queste nuove forme di condivisione, può essere visto e utilizzato in due modi: come momento educativo, ovvero uno spazio dove lo stare insieme produce effetti benefici anche sulle scelte alimentari, così come anche un indicatore di quali siano le abitudini alimentari di ciascuno, al fine di identificarne potenziali processi disfunzionali nel proprio rapporto con il cibo.

 

Dott.ssa Giulia Pelini
Psicologa

 

Per info e collaborazioni:
[email protected]
www.giuliapelinipsicologa.it

 

Bibliografia: Franchi, M. (2015). La nuova cultura alimentare: dalla gastro-anomia alla diet-etica. Atti dei Georgofili, pp. 413

 

Leave a Reply

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

You may use these HTML tags and attributes:

<a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <s> <strike> <strong>