Diario di un melanconico

Diario di un melanconico

Caro Diario,

in questo mondo di gente  che si fa da sé e fa, sono solo un grumo di possibilità introverse, un nodo di capelli intricati diventato ormai sfera, il labirinto di un centro storico senza legge, il cervello di un piccolo vitello che vidi tempo fa in macelleria: così compatto e segreto, avvolto su se stesso in preghiera o in un abbraccio, come i giocatori di rugby prima di una partita. Mi appare così la mia vita: chiusa, indecifrabile a me, misteriosa, senza direzione, una possibilità sprecata, un aborto nonostante la nascita, un aborto praticato dopo il primo pianto. Nulla riesce ad ottenere la mia attenzione, nulla risveglia il mio entusiasmo. Nulla ha più ragione d’essere! Non più il freddo pungente dell’alba in inverno, non più l’odore della pioggia sui cappotti di panno delle signore in metro, non più il caffè nel pomeriggio, non più le confidenze di un caro amico. Tutto è inutile! E, a dire il vero, non ho più amici. Che senso ha averne? E che senso aveva la mia vita di prima, così lontana ormai da apparirmi una farsa, una affannosa costruzione sul nulla. Una costruzione per nascondere il nulla.

La pagina è del diario di Andrea, che da un anno non riesce più a condurre la vita di sempre, non riesce più ad esserne attratto, non riesce più ad essere in forze. La sua esistenza è chiusa in se stessa, criptica, enigmatica. Non ha direzione, perché è caduta e non trova alcuna ragione per rialzarsi. La quotidianità, le sue luci, il suo ritmo, i suoi riti, le piccole e grandi occasioni di felicità, anche quelle finte offerte dalla società dei consumi, hanno rivelato agli occhi di Andrea il loro lato più caduco, fragile, transeunte.

Qualcosa lo ha costretto a scendere dalla giostra della vita, scaraventandolo a terra. E lo spettacolo che vede non è più all’altezza della sua impossibile ricerca di senso. Eugenio Montale parla in una sua poesia proprio di questa epifania del nulla, che rivela ai suoi occhi la vita senza copertura, senza costruzione, senza narrazione, la vita nuda e cruda. Per il poeta genovese, si tratta però della vertigine di pochi attimi, del “terrore d’ubriaco” che lui riesce a gestire, confinare,  assimilare, ritornando alla consuetudine di sempre e continuando come nulla fosse la sua passeggiata tra gli uomini che non sanno (“Poi come s’uno schermo, s’accamperanno di gitto/Alberi case colli per l’inganno consueto/Ma sarà troppo tardi; ed io me n’andrò zitto/tra gli uomini che non si voltano, col mio segreto”).

Questa defenestrazione dalla vita, che Andrea in quanto melanconico subisce senza alcuna intermittenza e senza possibilità di reintegrazione, è ben delineata dalle parole di Massimo Recalcati: «Accade che la scena del mondo si disfa, che il suo quadro collassa e che il soggetto cade fuori da questa scena trovandosi chiuso, confinato, isolato nel “proprio mondo”[1]».

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Caro Diario,

sempre stanco, infastidito da quello che dovrei fare e che non mi viene in mente, perché non è nel cuore. Scivola via così tutto e, mentre cerco di non bruciarmi, rimango in fondo un esiliato. Tutto mi atterrisce e da tutto devo proteggermi. Andare vicino a tutte le incognite mi snerva. E quante occasioni sprecate perché non ho idea di chi sia e sappia fare! Un tempo, la voglia di fare qualcosa ce l’avevo sullo stomaco, mai come possibilità, ma sempre come un macigno, un peso che non veniva  fuori, che non sapeva  venire fuori. Eppure la sentivo. Adesso, invece, non sento più nulla.

Andrea non ha già più forze, eppure si dimena, si agita, vorrebbe svincolarsi, cerca di rintracciare la voglia di fare qualcosa, cioè il suo desiderio, che potrebbe ridare vita alla sua vita e che nel melanconico latita, è assente, agonizzante o già morto[2]. A differenza di quanto accade nella nevrosi, il desiderio non è quindi sacrificato, messo da parte, ignorato, preferito al dovere, mortificato dal Super-io intransigente, ma è assente. Ed è proprio l’assenza di desiderio a far emergere il non-senso dell’esistenza. Scrive Recalcati: «Quando non c’è trascendenza, quando non c’è la trascendenza del senso e del desiderio, quando viene a mancare l’esistenza dell’Altro, in primo piano emerge il trauma dell’atrocità assurda dell’esistenza, l’Uno chiuso dell’esistenza melanconica[3]».

 

Caro diario,

nessun angolo nel mondo sarebbe in grado di garantire la tranquillità che mi offre la mia casa. L’ho trasformata nel mio rifugio, nella mia tana, nel mio bunker. Nulla qui dentro può illudermi, o ferirmi. Sarei troppo stanco, troppo vulnerabile e il mio corpo troppo pesante per condurre la vita di prima.

Non ho forze e non ricevo, già da tempo, nessuno. Non provo interesse per gli altri. Qualcuno può proteggerci dalla vita? Può sottrarci ai suoi tristi e improrogabili appuntamenti? Qualcuno può salvarci fino in fondo? Qualcuno ha salvato i miei genitori? Qualcuno può immergerci in acque che ci rendano immuni al brutto della vita? No! E allora, che senso ha? Mio fratello Guido, giovedì, mi ha scritto un messaggio: “Sei diventato come quei ragazzi giapponesi confinati in una stanza”. Non sa che anche una stanza a volte può essere fastidiosamente grande quanto un mondo. Non sa che non esiste uno spazio all’altezza del nulla che vorrei abitare.

Anche questa casa è troppo grande per me!

A caratterizzare il quadro della neo-melanconia sono difatti il ritiro, la chiusura, la claustrofilia, l’amore smisurato per ciò che chiude e non apre; per ciò che rinserra e non espone; per ciò che sembra proteggere dall’ingovernabile della vita, ma uccide in realtà lentamente. Se nella melanconia classica, si registra il senso di colpa, l’autodenigrazione, il masochismo morale, nella neo-melanconia il soggetto si ritira  invece dalla vita, si chiude, si spegne fino all’anestesia totale.

Le parole di Massimo Recalcati riescono bene a ritrarre la condizione di Andrea: «Il fenomeno più eclatante che caratterizza le nuove forme di malinconia non è più quello della colpa e della Legge ipermorale del Super-io, quanto la sua paradossale inconsistenza. Il soggetto appare trincerato in una posizione radicale di difesa dalla eccedenza ingovernabile della vita. La sua imperturbabilità lo spinge a sganciarsi da ogni forma di legame…»[4].  Il soggetto melanconico non è ancorato a qualcosa, si abbandona senza forze al nulla, è come sganciato.

Scrive Andrea in una delle sue pagine:

Caro Diario,

i Great Lake Swimmers cantano: “Sono ancora intonato a uno strumento di più grande e sconosciuto disegno, sto ancora cercando una direzione, un qualche tipo di segno, mi intono ancora alla grande chiave, ancora, ancora”. Io, invece, non più.

 

Autrice: Dr Alessandra Calabrese

[1] Massimo Recalcati, Le nuove melanconie: Destini del desiderio nel tempo ipermoderno, Raffaello Cortina, Milano 2019, p.14

[2] «Il desiderio del soggetto è in condizione larvale, sprovvisto di forza, di slancio; è un desiderio semimorto», Ibidem, p.35

[3] Ibidem, p.16

[4] Ibidem, p.35

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