L’insonnia nell’infanzia: cause e possibili interventi

Secondo una stima dell’Osservatorio Nazionale sulla salute dell’infanzia e dell’adolescenza sono oltre un milione i bambini con problemi di insonnia in Italia.

Ad un cattivo sonno si associano disturbi del comportamento come iperattività, scarsa capacità di attenzione, aggressività, consistente calo nel rendimento scolastico. In oltre 8 casi su dieci l’insonnia non è dovuta ad una patologia ma è legata a cattive abitudini.

Questa è una buona notizia perché significa che i genitori possono aiutare i figli a riposare meglio!

Tra le principali cause di difficoltà di addormentamento e risvegli notturni dopo i 2/3 anni troviamo fattori psico-fisiologici legati all’organizzazione della giornata, alla molteplicità di stimoli che si trovano intorno e alla routine data dai genitori.  I pediatri lanciano le regole del buon riposo legate ai 5 sensi per favorire il rilassamento di vista, gusto, tatto, olfatto e udito.

E’ fondamentale nei primi anni di vita la regolazione da parte dei genitori per favorire un buon sonno. Spesso i genitori pensano che il sonno venga da sé e che se il loro bambino ha difficoltà a dormire significa che ha un problema, spesso va anche alla ricerca di sostanze più o meno naturali (fino ad arrivare ai farmaci) per fare dormire il proprio figlio poiché la mancanza di sonno porta disagio a tutta la famiglia.

Corso Online: Lo Psicologo consulente sul sonno dei bambini
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Come accennato prima infatti, alle difficoltà con il sonno sono, spesso, associate altre problematiche. Finchè il bambino è molto piccolo, nei primi 2/3 anni, può mostrare irritabilità, agitazione, pianto frequente, ipereccitabilità e crescente difficoltà con il sonno fino ad arrivare a “combatterlo”, come riportano molti genitori. La prolungata mancanza di sonno porta i bambini ad essere più nervosi e ad avere sempre più difficoltà ad addormentarsi e a mantenere il sonno durante la notte. Il bambino viene spesso definito “capriccioso” sia di giorno che di notte. Questi disturbi possono passare quasi inosservati nei primissimi anni di vita del bambino perché si sa… i bambini non dormono tutta la notte. Si rischia così di confondere i risvegli fisiologici che possono avvenire ogni 3-4 ore nei primi anni di vita e che solitamente non interferiscono con il riposo del bambino, con problematiche del sonno che compromettono la serenità e lo sviluppo emotivo e cognitivo del bambino.

Crescendo, se le difficoltà con il sonno persistono, possono acuirsi le manifestazioni comportamentali ed emotive. Ad esempio:

  • l’ipereccitabilità del bambino può arrivare ad essere classificata come iperattività,
  • la difficoltà di regolazione può sfociare nell’aggressività,
  • l’agitazione può portare a difficoltà di concentrazione fino ad interferire con una buona integrazione scolastica sia per problemi di relazione che di apprendimento e quindi rendimento scolastico.

Lo psicologo può fare molto in queste situazioni di disagio, spesso difficilmente riconoscibili se non quando i bambini arrivano ad avere difficoltà a scuola e il rendimento è sotto le aspettative, oppure quando i genitori vengono convocati a scuola dagli insegnanti.

Possiamo agire facendo prevenzione a tre livelli:

  • Primaria: Azioni di sensibilizzazione dei genitori e figure che sono di supporto ai genitori nei primi anni di vita (pediatri, educatori, …) per evitare o limitare l’emergere delle problematiche legate al sonno. La precocità di un intervento migliora la progressione del disturbo e riduce gli effetti negativi ad esso legato.
  • Secondaria: Identificazione precoce di un disturbo del sonno e intervento tempestivo.
  • Terziaria: intervento sul disturbo già sviluppato da tempo e sulle difficoltà comportamentali ed emotive ad esso legato che il bambino nel tempo ha sviluppato.

E’ indubbiamente un’area di intervento di nicchia, ma ricca di opportunità per lo psicologo in quanto il genitore avverte l’esigenza concreta di risolvere il problema, che impatta sulla qualità di vita del bambino, ma anche di mamma e papà ;)

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