La Tecnica del Goal Setting nel Parent Coaching

Sono psicologa clinica, psicoterapeuta sistemico – relazionale e mediatore familiare e dei conflitti relazionali. Svolgo la libera professione presso il mio studio a San Donà di Piave (Ve), oltre a... Leggi la Bio
parent-coaching

La teoria del Goal Setting elaborata da Edwin Locke e Gary Latham (1984,1990) rappresenta la cornice teorica entro la quale si colloca il lavoro per obiettivi e che connota il coaching come metodo di sviluppo che permette alle persone di riscoprirsi, trovare le risposte, ma soprattutto valorizzare competenze e risorse in funzione di obiettivi che si vogliono raggiungere; nel caso del Parent Coaching riguardano le relazioni, l’educazione dei figli, la scuola, e tutto che fa parte dell’ambito familiare.

Il “Goal Setting System” è, quindi, un processo decisionale predisposto per raggiungere in modo efficace obiettivi autodeterminati attraverso una serie di strategie di azioni e di comportamenti da compiere. Questo strumento diventa molto utile per il lavoro del Coach Psicologo, soprattutto, di fronte a quei genitori che richiedono al professionista la “formula magica” per operare un cambiamento a fronte di una situazione che crea disagio in famiglia. In tali casi, si corre il rischio di proporre un intervento psico-educativo, che spesso risulta inefficace proprio perché i genitori in qualche modo lo subiscono, non sono protagonisti del loro cambiamento.

Diversamente, se il Coach Psicologo aiuta i genitori ad individuare le loro potenzialità e risorse, in molti nascoste o sottovalutate, lavorando quindi su quello che è il meglio per la loro situazione, sarà più facile per essi raggiungere e mantenere il cambiamento poiché avviene per mezzo di obiettivi ed azioni autodeterminati e non suggeriti dal professionista. Conoscere e costruire ciò che si vuole ottenere, i tempi e le strategie da adottare, infatti, contribuisce ad aumentare le possibilità di successo e aiuta la persona a trasformare i propri bisogni e desideri in realtà.

L’importanza di sviluppare competenze quotidiane nel porsi adeguatamente obiettivi, è legata a due principali funzioni assolte dagli obiettivi: quella di guidare e quella di motivare (Tracy B., 2005). L’obiettivo rappresenta pertanto un regolatore della condotta umana. L’abitudine di riflettere sui propri obiettivi rappresenta un modo per sforzarsi di considerare dei possibili risultati positivi, una prospettiva che “mobilita gli sforzi”, combattendo le tendenze pessimistiche automatiche di chi ha una bassa fiducia in se e, conseguentemente ad essa, tende frequentemente a concentrarsi sulle possibili sconfitte, demotivandosi, disperdendo energie e programmandosi per l’insuccesso.

LE CARATTERISTICHE DEGLI OBIETTIVI

Si possono individuare tre tipi di obiettivi:

Obiettivi di RISULTATO, riguardanti soprattutto gli esiti di uno o più comportamenti, riguardano esclusivamente la fine dell’impegno (es. aiutare mio figlio ad essere più autonomo.);

Obiettivi di PERFORMANCE sono connessi al miglioramento di un comportamento o di un’abilità di qualsiasi natura ritenuta fondamentale per avvicinare al primo tipo di obiettivo (es. evitare di sostituirmi a mio figlio durante i compiti, aiutarlo e incoraggiarlo evitando ogni volta il conflitto);

Obiettivi di PROCESSO, riguardano specifiche caratteristiche comportamentali e, più esattamente, sono legati alle modalità con cui si possono raggiungere i precedenti obiettivi (es. lasciare che mio figlio gestisca da solo i compiti da fare creando un contesto sereno e intervenendo di fronte alle sue richieste di aiuti, evitando di anticipare i tempi,).

Va ricordato che la prima tipologia di obiettivi rappresenta il bersaglio finale da mantenere in mente, è importante, specie nella fase iniziale, lavorare con le altre due categorie di obiettivi. In relazione al tempo, si distinguono: obiettivi a BREVE TERMINE (entro 1-2 mesi), obiettivi a MEDIO TERMINE (entro 3-6 mesi) e obiettivi a LUNGO TERMINE (12-14 mesi).

La prima categoria sono gli obiettivi sui quali è consigliabile lavorare inizialmente, dal momento che concentrarsi su obiettivi vicini nel tempo, stimolanti, realistici e specifici, ci aiuta a capire, fin dove possiamo arrivare in poco tempo. Rispetto alle altre due categorie programmare all’insegna della flessibilità, vale a dire, essere in grado di prendere in considerazione i miglioramenti, ma anche eventuali ostacoli che possono sorgere durante questo periodo di tempo.

I REQUISITI NECESSARI

Affinché un programma di goal setting sia EFFICACE è fondamentale che gli obiettivi rispondano a tali caratteristiche (S.M.A.R.T.E.R):

SPECIFIC: un obiettivo deve essere specifico. Prima di tracciare un percorso, occorre stabilire con chiarezza e precisione la meta che si vuole raggiungere.

MEASURABLE: un obiettivo deve essere misurabile. E’ necessario definire, sin dall’inizio, i parametri da valutare e come si intende misurarli per poter verificare i miglioramenti e/o ostacoli e quanto siamo vicini ad un obiettivo.

ACHIEVABLE: un obiettivo deve essere raggiungibile. Si identificano mete che siano ritenute “accessibili” e “attraenti” dall’individuo. È necessario, infatti, che la persona senta davvero di potersi impegnare per arrivare alla meta e che la consideri motivante.

REALISTIC: un obiettivo deve essere realistico. Si identificano mete “possibili”, cioè relativamente facili, anche se non troppo da essere demotivanti. Esse vanno scelte tenuto conto delle risorse attuali dell’individuo e di ciò che si richiede che venga fatto per raggiungere la meta.

TIME BASED: un obiettivo deve essere temporalmente scandito. Stabilire una scadenza entro la quale raggiungere l’obiettivo ambito ed eventuali tappe intermedie.

EXCITING: un obiettivo deve essere eccitante. Stabilire un obiettivo provoca entusiasmo ed eccitazione quando viene conseguito, ma anche che esso motiva in quanto emoziona semplicemente se si immagina la sua possibilità di realizzarsi.

RECORDED: un obiettivo deve essere scritto. E’ necessario registrare, annotare l’obiettivo in modo che divenga un visibile “contratto” con se stessi e un impegno leggibile.

Questa tecnica diventa efficace e permette al genitore di ottenere ottimi risultati perché sono loro stessi a definire obiettivi ed azioni, mentre il compito del Coach Psicologo sarà quello di coordinare l’intero processo e di supportarlo nel far luce sugli aspetti tecnici e sui contenuti motivazionali dell’obiettivo stesso.

Se ti interessa approfondire questa tecnica ed acquisire gli altri strumenti tipici di un percorso di Parent Coaching, ti suggerisco di partecipare al Corso Online:

Parent Coaching: una tecnica efficace per il sostegno alla genitorialità

0 thoughts on “La Tecnica del Goal Setting nel Parent Coaching

  • francesco accardo says:

    SCUSA MA A CHE TITOLO PENSI CHE SIA NECESSARIO PER UNO PSICOLOGO, SEGUIRE PERCORSI, CHE SONO RIDUTTIVI CONSIDERANDO CHE LA FORMAZIONE UNIVERSITARIA IN MERITO è più che sufficiente?

    • Sinceramente non comprendo la questione! Se tu uscito dall’Università senti di avere tutti gli strumenti utili al lavoro che fai o vuoi fare, sei libero di stare così (fermo restando l’aggiornamento professionale continuo così come previsto da CD). Se sei uscito sentendoti incompleto cercherai percorsi formativi abilitanti. Ed in ogni caso sono percorsi proposti che ciascuno può scegliere o meno di seguire… non capisco veramente la questione… e ti ricordo pure che il MAIUSCOLO lascia intendere che stai urlando quell’affermazione, e non sarebbe certo cortese ;)

    • Petra Visentin says:

      Francesco, come Nicola, anch’io fatico a capire il tuo commento. L’articolo è un approfondimento rispetto ad una tecnica utilizzata in un percorso di Parent Coaching, dove non vi è la minima intenzione di squalificare la formazione universitaria. Tale tipo di percorso è stato proposto e “suggerito” a colleghi che lavorano con le famiglie e/o coloro che hanno l’interesse di allargare il campo di intervento, proponendo all’interno di un percorso di sostegno psicologico, strumenti di coaching che rendono, in tal caso, il genitore protagonista e autonomo nel processo di cambiamento a cui aspira o vuole apportare. Ritengo che ogni professionista psicologo sia libero di seguire tutti i percorsi che ritiene più utili per il suo lavoro e per la sua “cassetta degli attrezzi”, sentendosi anche liberi di non aggiungere altro a quanto già appreso nella formazione universitaria. Penso, quindi, che ognuno debba valutare se e quali aggiornamenti formativi svolgere in base al suo campo di interesse … d’altronde, a mio avviso la nostra è una professione che richiede un costante aggiornamento quindi ben vengano proposte formative diverse in termini di percorsi, tempistiche e aree di intervento.

  • Cristina says:

    … e poi è vero che l’Università ti offre una formazione completa ma è una formazione GENERALE.
    Ma se vuoi specializzarti e quindi lavorare offrendo una professionalità con la P maiuscola per esempio nella terapia familiare o nel supporto genitoriale, io trovo sia indispensabile cominciare con corsi del genere, specifici e pratici.
    Perchè si tratta di nozioni che non puoi portarti appresso dall’università (che quindi non ti fa campare di “rendita formativa”), nè acquisire dalla lettura di testi o da tirocini vari…
    Le competenze provengono dalla somma di tutti questi elementi, non da uno solo.

Partecipa lasciando un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.

Puoi usare questi tag HTML:

<a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <s> <strike> <strong>