Le vittime nel processo penale

Le vittime nel processo penale: l’attuale sistema di protezione tra buone prassi avviate e nuove sfide

Le vittime dei reati, nel processo penale, da figure poste ai margini della scena processuale, per questo spesso ulteriormente vittimizzate, divengono oggi protagoniste di una rinnovata attenzione che pone al centro la loro tutela.

Le sollecitazioni normative, sia in ambito sovranazionale che nazionale, hanno promosso la messa in campo di strategie operative volte a fornire un ascolto più competente dei loro bisogni, a partire dalla considerazione della sofferenza prodotta dall’offesa subita e di quella che può generarsi nell’incontro con la giustizia.

Pensiamo ad esempio alla possibilità per le vittime di molte tipologie di reati, come ad esempio quelli legati alla violenza nelle relazioni intime, di essere supportate dalla presenza di figure esperte in psicologia (o neuropsichiatria infantile) già dalla raccolta delle prime dichiarazioni alla polizia giudiziaria fino alla loro testimonianza nel processo.

E questa possibilità oggi è prevista non solo per bambini e adolescenti, vittime ad esempio di abuso e maltrattamento ma anche per persone adulte vittime di varie tipologie di reati che possono metterle in una condizione di “particolare vulnerabilità” e quindi necessitare di una maggiore capacità di ascolto dei bisogni emergenti. L’obiettivo è duplice:

  • da una parte di tutela della vittima attraverso un maggiore rispetto e consapevolezza dei possibili rischi derivanti dall’incontro con la giustizia (vittimizzazione secondaria) e
  • dall’altra di tutela del procedimento penale ed in generale della necessità di garantire che talvolta l’unica fonte di prova disponibile (appunto, la testimonianza della vittima) venga preservata.

Gli studi psicologici anche in materia di psicologia della testimonianza sono stati in tal senso fondamentali per capire gli strumenti e la metodologia da adottare (interviste investigative) per migliorare l’accuratezza e affidabilità dei racconti delle vittime di un reato, specie in relazioni ad eventuali rischi di contaminazione del ricordo e suggestionabilità.

Pensiamo inoltre all’allestimento di spazi dedicati alle vittime, sia per effettuare i dovuti accertamenti investigativi, ovvero le attività di ascolto giudiziario, sia per fornire loro una prima accoglienza e delle informazioni utili ad orientare la persona. Sono in tal senso esempio virtuosi le progettualità avviate dalla Procura di Roma fin dall’inizio del 2013 (proprio in risposta alle prime importanti sollecitazioni normative, nello specifico, la legge 172 del 2012 che ratifica la Convenzione di Lanzarote) che prevedono varie azioni: dall’allestimento di uno spazio dedicato negli uffici giudiziari con l’attrezzatura necessaria per garantire l’audio-video registrazione dell’atto, turni di emergenza per magistrati e per esperti, spazi di formazione condivisi e procedure operative dedicate.

Scuola di formazione in “Esperto/a in psicologia giuridica per il benessere individuale e di comunità”
Scuola di formazione in “Esperto/a in psicologia giuridica per il benessere individuale e di comunità”, Marzo 2020, ROMA

Un’altra buona prassi avviata è stata quella attuata dalla Procura di Tivoli, sempre nel Lazio, che ha aperto un servizio generalista per le vittime di reato, grazie al supporto di una rete integrata di servizi socio-sanitari (ASL e Comuni), dell’avvocatura e dell’Ordine degli Psicologi del Lazio che ne ha curato il progetto e gli aspetti metodologici.

Entrambe queste azioni hanno poi avuto seguito in altre realtà territoriali a livello nazionale, non riuscendo però ancora ad essere presenti in modo omogeneo e standardizzato. Altri spazi di tutela si sono raggiunti nel garantire il gratuito patrocinio per le vittime di alcune tipologie di reato, il diritto all’interpretariato e la separazione dal sistema-autore del reato, in virtù di un principio di protezione.

Tutte queste strategie però non sembrano spesso sufficienti a garantire l’effettiva emersione dei reati ed il loro contrasto, così come la tenuta della vittima durante il processo che talvolta preferisce uscirne senza ottenere quello che tutti si aspettano debba essere l’esito auspicato ovvero la condanna del reo.

Aspetto senz’altro legato alla difficoltà stessa della vittima a riconoscersi come tale, anche in considerazione della condizione di vulnerabilità in cui il reato si è sviluppato. E’ questa dimensione relazione, disadattiva che produce il danno e viene poi interrotta, trascurando importanti occasioni riparative.

Su questo dovremo avviare una riflessione che sappia guardare alle evidenze delle ricerche e alla promozione di altre strategie atte a far si che l’incontro con la giustizia, per le vittime, non solo sia protettivo ma sia anche effettivamente trasformativo del dolore prodotto dal reato attraverso il processo riparativo.

Dott.ssa Vera Cuzzocrea

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