L’ipocondria ai tempi del Coronavirus

Alessandro Bartoletti
Alessandro Bartoletti - Psicologo, psicoterapeuta, Ph.D., si è specializzato in Psicoterapia Breve Strategica con Giorgio Nardone presso il Centro di Terapia Strategica (C.T.S.) di Arezzo. Attual...

Paura di massa = paura individuale

Come tutti i disturbi psicologici, anche la genesi dei problemi ipocondriaci è riconducibile ad alcuni caratteristici fattori d’innesco. La recente epidemia che viene dall’Oriente ha scatenato in Italia un clima di psicosi collettiva, su cui l’attenzione mediatica ha un ruolo predominate. Tutto ciò si riverbererà sui singoli individui che a seguito di tutto ciò svilupperanno una probabile focalizzazione patologica sulla paura delle malattie e in particolare nei confronti delle infezioni virali.

Partendo dagli eventi di questi giorni, vediamo il parallelismo su come si sviluppa la percezione ipocondriaca nel singolo e nella collettività. Nei singoli individui ci sono 4 tipici fattori d’innesco delle percezioni ipocondriache.

 

I 4 fattori dell’ipocondria

1. In primis , il ruolo della famiglia d’origine e dell’educazione ricevuta soprattuto nei confronti della salute  e del timore di eventuali problemi o malattie. Si parla a questo proposito di “educazione ipocondriaca” e più in generale di educazione “iperprotettiva”, due aspetti ormai ampiamente studiati e riconosciuti. Esempi: genitori che crescono i figli trasformando la casa in un reparto di terapia intensiva al primo accenno di starnuto da parte dei figli; genitori che adottano ogni tipo di comportamento precauzionale per evitare che i figli si possano ammalare; genitori che parlano continuamente con termini terrorizzanti della possibilità di contrarre e morire di “brutti” mali. 

2. Un secondo aspetto altrettanto noto è quello relativo a esperienze di vulnerabilità durante l’infanzia, l’adolescenza e la vita adulta. Questo raggruppamento di fattori comprende il vivere in prima persona una malattia di una certa gravità oppure il vivere in modo «scioccante» proprie sintomatologie fisiche o emotive che non vengono riconosciute per quello che sono. Esempi: una malattia grave vissuta nell’infanzia, nell’adolescenza o da adulto che porta a perdere fiducia nella funzionalità del proprio corpo; la difficoltà a riconoscere gli aspetti fisici e somatici delle proprie emozioni scambiandoli per sintomi di qualche malattia; la incapacità a decodificare i segnali fisici dello stress scambiandoli per sintomi patologici.

3. Un terzo copione d’innesco fa invece riferimento a tutte quelle esperienze vicarie (lutti o malattie di familiari, conoscenti, amici o notizie a forte impatto emotivo) che, in modo simile a quanto avviene nella genesi dei disturbi post-traumatici, traumatizzano a tal punto la persona da farle sviluppare una fortissima sensibilizzazione sulle malattie e sulla morte. Esempi: assistere alla morte per malattia di propri familiari, parenti, conoscenti o amici; assistere al decorso di malattie gravi che colpiscono altre persone; venire a conoscenza di lutti per malattia sono tutti esempi di fattori vicari che possono portare alla genesi di un disturbo ipocondriaco. E infine, la semplice notizia di una malattia che ha colpito conoscenti o persone lontane, o addirittura estranei, può essere sufficiente a innescare paure ipocondriache. In pratica, è possibile «traumatizzarsi» per notizie riportate dai mass media che producono psicosi di massa. Ecco, sull’ultimo punto torneremo a breve.

4. Infine, dulcis amaro in fundo , il ruolo di chi teoricamente dovrebbe rassicurare dalla paura delle malattie: i medici e i professionisti sanitari. È ormai riconosciuto come, accanto al noto effetto placebo , esiste un altrettanto potente effetto nocebo che può essere innescato dalla comunicazione e dalla relazione medico-paziente. I fattori iatrogeni nella genesi dell’ipocondria rappresentano una caratteristica involontaria della comunicazione medica che può spesso avere un effetto catastrofizzante sul paziente: le parole possono impressionare quanto i morbi stessi.

 

La collettività si impressiona come l’individuo 

Quando si ha a che fare con la paura di massa le leggi del panico sono ancora più semplici di quelle che regolano il comportamento individuale. Per il singolo la semplice notizia di una malattia che ha colpito conoscenti o persone lontane, o addirittura estranei, può essere sufficiente a innescare paure ipocondriache, e l’impatto emotivo sarà tanto più scioccante quanto più la notizia sarà corredata da un linguaggio pieno di dettagli, particolari crudi, descrizioni impressionanti.

L’approccio breve strategico nei disturbi ipocondriaci

L'approccio breve strategico nei disturbi ipocondriaci

Salienza mediatica = ipocondria di massa

Ora immaginiamo una situazione in cui per gestire un’emergenza medico-sanitaria in corso – il propagarsi di un virus particolarmente contagioso e con una mortalità ben più alta di una normale influenza – si dia una martellante risonanza mediatica per diversi giorni consecutivi, e h24, ad un’unica notizia seguendo questo schema:

1. Si descrive con toni apocalittici e drammatico-sensazionalistici quanto sta avvenendo. Esempi di prime pagine dei giornali: «Il morbo è tra noi, contagi e morte», «Vade retro virus», «Il Nord nella paura», «Nord in quarantena», «Scudetto in quarantena». E così via per diversi giorni di seguito, tre sono sufficienti, sempre con lo stesso tono emotivo.

2. L’agenda setting (termine tecnico che indica la priorità data dal mondo dell’informazione ad alcuni eventi) è integralmente catalizzata da un’unica notizia, una mono-notizia, riassumibile così: l’imminente morte collettiva! In altre parole, non solo se ne parla in termini apocalittici, ma non si parla di altro: le prime pagine di tutti i giornali online e cartacei non ospitano alcun altro tema. Il resto della realtà sparisce.

3. La cronaca degli eventi diventa un aggiornamento morboso del numero crescente di vittime con descrizione dettagliate (anche se del tutto irrilevanti) delle loro vite private (chi erano, cosa facevano, di che malattie soffrivano, come si svolgono i funerali), delle persone che le conoscevano, dei loro presunti spostamenti.

La domanda paradossale a questo punto è: «Perché non si dovrebbe creare un panico di massa? Perché c’è ancora qualcuno che nonostante tutto non dovrebbe avere paura?» E’ lui la persona strana, non certo chi si impressiona.

Volontariamente non voglio in questa sede entrare nel merito dei risvolti giuridici e deontologici che si dovrebbero considerare quando l’informazione mediatica si assoggetta a una comunicazione apocalittica e catastrofista. Un esempio su tutti: esiste il reato di procurato allarme nei confronti dell’autorità (commetto reato se grido “al lupo al lupo” chiamando la polizia e poi il lupo non c’è) ma non esiste il reato di “procurato allarme presso la popolazione” (che è l’effetto più frequentemente causato da certo tipo di comunicazione sensazional-catastrofista).

 

Esempi storici di catastrofismo mediatico

Di certo, non è la prima volta che ciò accade. La risonanza mediatica ha già in passato amplificato enormemente la suggestionabilità per le malattie. Il fattore mediatico è responsabile di molte «psicosi collettive ipocondriache» passate, dall’epidemia di SARS a quella di «mucca pazza», dalla paura per i tumori derivante dall’eccessivo consumo di carne rossa alle mille notizie di malattie-correlate che è possibile trovare su Internet.

Due altri esempi rendono bene l’idea.

L’effetto suggestivo-emulativo della risonanza mediatica data a una notizia catastrofica (un fatto di cronaca nera, un incidente aereo, un atto terroristico, lo scoppio di un’epidemia influenzale, ecc.) è noto da tempo col nome di effetto Werther, dal nome del famoso romanzo decadente di Goethe il cui protagonista, non ricambiato sentimentalmente dall’amata, alla fine del racconto si suicida. La lettura del romanzo provocò in tutta Europa un’ondata emulativa di 2000 suicidi di giovani innamorati “poco corrisposti”. Tutt’ora assistiamo costantemente a ricorrenti effetti Werther all’indomani di una notizia di cronaca particolarmente cruenta a cui viene data forte rilevanza mediatica: nei giorni e nelle settimane successive abbiamo (guarda caso) notizia di episodi simili. Su questa falsariga esplode il catastrofismo da pandemia o da terrorismo.

L’altro esempio ci viene dal lontano 1938 e ci racconta che se un evento è ben raccontato ed emotivamente perturbante… l’essere umano è disposto a credere a tutto, anche alle invasioni aliene. E’ quanto accadde durante lo sceneggiato radiofonico “La guerra dei mondi” interpretato da Orson Welles, in cui si raccontò di una concomitante invasione marziana che gettò nel panico e nel terrore un radioascoltatore su sei, con molte scene di panico di massa.

 

Psicologia dell’emergenza o dell’ipocondria?

Insomma, c’è stata e c’è tuttora una emergenza sanitaria da gestire. Nessuno lo vuole negare, tutt’altro. Il punto è proprio questo: possibile che con tutte le competenze specialistiche che abbiamo ci si possa lasciar andare a un effetto di drammatizzazione mediatica così irragionevole e deleteria?

La stessa notizia relativa all’arrivo di un virus potenzialmente pericoloso e all’inizio di una fase di propagazione del contagio può essere comunicata in modi molto differenti. Facciamo qualche esempio: a) «Si registrano i primi inevitabili ma sporadici e controllati casi di infezione da COVID-19, la forma particolarmente aggressiva di influenza che tuttavia può essere curata e contenuta»; b) «Il virus è tra noi, morte e contagio!»

E’ sempre più fondamentale che il giornalismo applichi criteri di moderazione e di opportunità nel trattare notizie che possono avere un impatto emotivo sulla popolazione. Anche se il nostro codice penale non prevede, come abbiamo ricordato, il reato di procurato allarme presso la popolazione, questo tipo di isteria collettiva fa male a tutto il tessuto sociale. Dagli ovvi danni economici passiamo ai danni sulla salute e sul benessere individuale e collettivo.

Nei giorni scorsi sono stato spesso intervistato da giornalisti che dopo la fase più intensa di panico volevano sapere come fosse possibile riportare la calma. Uno di loro mi ha chiesto, facendo un parallelismo col mio libro: «Dunque dottore, per uscire dal disagio dell’ipocondria è importante che le persone ristabiliscano un contatto sano con il proprio corpo?». «Esatto», ho risposto. «E per uscire dal panico di massa?» «… in questo caso è importante ristabilire un contatto sano e critico nei confronti dei mezzi di comunicazione mediatica».

Mantenerci lucidi su quanto sta avvenendo fidandoci e rifacendoci alle fonti di informazione ufficiali, Governo e Ministero della Salute, ci permetterà di superare come comunità questo impegnativo momento di emergenza sanitaria, e soprattuto ci eviterà di trasformarci in uno di quei tanti b-movie apocalittici che, non sappiamo perché, ma in salsa italiana hanno sempre il sapore di parodia.

 

Fonte: Dott. Alessandro Bartoletti, https://psicoterapiabrevestrategicaroma.it/

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