Adolescenze onlife e normalizzazione della violenza

Adolescenti-onlife

A febbraio 2026 Save the Children Italia ha pubblicato “Stavo solo scherzando. Nuove evidenze sulla violenza nelle relazioni tra adolescenti“, una ricerca che merita di essere letta con attenzione clinica, pedagogica e politica.

Non è l’ennesimo rapporto “allarmistico” sugli adolescenti. È, piuttosto, una fotografia complessa di ciò che accade nelle relazioni affettive e amicali tra i 14 e i 18 anni, dentro un ambiente che non è più né online né offline, ma onlife – per usare il termine coniato da Luciano Floridi. Questo rapporto non parla solo di dati: parla di cornici culturali, di normalizzazione, di agency e di responsabilità adulta.

Il dato che non possiamo ignorare: la generazione più esposta

Il rapporto di Save the Children si colloca in continuità con i più recenti dati ISTAT (2025): le 16-24enni risultano il gruppo più esposto alla violenza maschile, con un incremento significativo delle violenze sessuali rispetto al 2014. Questo non significa solo “più violenza”. Significa anche:

  • maggiore consapevolezza e capacità di nominare ciò che accade;
  • al tempo stesso persistenza strutturale dell’asimmetria di genere.

Il rapporto è molto chiaro: anche quando le condotte violente sono agite da ragazze, i costi psicosociali ricadono in modo sproporzionato su ragazze e persone non conformi al genere (paura, stigma, rinunce, isolamento).

La violenza adolescenziale non è simmetrica. È inscritta in un sistema simbolico.

Che cosa significa, concretamente? Significa che non possiamo limitarci a osservare il comportamento isolato — chi controlla chi, chi insulta chi, chi chiede la password a chi — ma dobbiamo chiederci in quale struttura di potere quell’atto si inserisce.

Una richiesta di controllo non ha lo stesso peso se:

  • è rivolta al corpo femminile, già storicamente oggetto di sorveglianza e giudizio;
  • oppure è rivolta a un ragazzo, in un contesto in cui la sua reputazione sessuale non è sottoposta allo stesso scrutinio morale.

L’asimmetria non è nel singolo gesto. È nel campo culturale che lo rende possibile e nei suoi effetti.

Onlife: non “nuova” violenza, ma nuovo paesaggio

Una delle parti teoricamente più interessanti del rapporto è il dialogo con il concetto di violencescape, riprendendo l’idea di “-scape” di Arjun Appadurai. Non siamo più di fronte a un continuum lineare (dal complimento molesto allo stupro, come nella teoria di Liz Kelly), ma a un paesaggio reticolare in cui chat, gruppo WhatsApp, scuola, Instagram, quartiere, casa sono ambienti interconnessi.

La violenza non “passa” dall’online all’offline. È già ibrida. Persistente. Archiviabile. Riproducibile.

Per i professionisti della salute mentale questo cambia radicalmente il lavoro clinico: non si può più chiedere “è successo online o di persona?”. La domanda è: in quale ecosistema relazionale si è sedimentato questo evento?

Significa smettere di pensare alla violenza come a un fatto localizzato – in un luogo, in un momento, in una piattaforma – e iniziare a considerarla come qualcosa che si distribuisce e si stratifica dentro una rete di relazioni interconnesse. In un contesto onlife, un episodio non resta confinato nello spazio in cui è accaduto. Una foto condivisa in una chat può riapparire negli sguardi a scuola. Un commento su Instagram può modificare le dinamiche nel gruppo classe. Un video inoltrato in un sottogruppo può ridefinire gerarchie, alleanze, esclusioni nel quartiere. L’evento non “si sposta”: si espande.

Cosa significa parlare di ecosistema relazionale?

Parlare di ecosistema significa includere contemporaneamente spazi fisici e digitali, pubblico e privato, presenza e archiviazione. Significa riconoscere che l’adolescente non vive questi ambienti come separati. La chat del gruppo, il corridoio della scuola, le stories, la cameretta, la piazza: sono parti di uno stesso paesaggio relazionale continuo. Se un episodio entra in questo paesaggio, non è solo accaduto: continua ad accadere nella sua circolazione, nella possibilità di essere riattivato, nel sapere condiviso che lo accompagna.

Sedimentazione vuol dire questo: l’evento lascia tracce che si depositano. Tracce digitali, certo, ma anche tracce reputazionali e identitarie. Non è solo “è successo”. È “chi lo sa?”, “chi l’ha visto?”, “chi ne parla?”, “in quali spazi mi sento ora esposta?”. In adolescenza, dove il senso di sé è profondamente intrecciato allo sguardo dei pari, la circolazione di un episodio può trasformare la posizione simbolica di una persona nel gruppo. Non è più solo un’esperienza privata di sofferenza: diventa un elemento che riorganizza appartenenze, ruoli, percezione di sé.

Ecco perché la distinzione online/offline diventa clinicamente povera. Un episodio definito “solo online” può avere effetti pervasivi nella quotidianità corporea: cambiare il modo in cui una ragazza attraversa i corridoi, il modo in cui sceglie come vestirsi, il modo in cui occupa lo spazio. Allo stesso modo, un evento avvenuto in presenza può essere amplificato e reso persistente dalla sua digitalizzazione, dalla sua riproducibilità, dalla sua archiviazione.

Chiedersi in quale ecosistema relazionale si è sedimentato un evento significa valutare il campo complessivo in cui quell’esperienza continua a produrre effetti: le reti di visibilità, le possibilità di riattivazione, le alleanze e le esclusioni che ne derivano. Non stiamo più lavorando su un punto nel tempo, ma su una configurazione dinamica di relazioni. Ed è dentro quella configurazione che si gioca oggi una parte fondamentale del lavoro clinico.

 

Lavorare con gli Adolescenti oggi: prospettive cliniche integrate

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“Il corpo è mio?”, la normalizzazione come trauma lento

I dati più disturbanti del rapporto non sono quelli sulle aggressioni gravi, ma quelli sulla quotidianità della micro-violenza:

  • 81%: commenti giudicanti su abiti e relazioni
  • 80%: prese in giro sul corpo
  • 63%: commenti indesiderati sul proprio aspetto
  • 54%: esperienze di catcalling

Il dato clinicamente rilevante non è solo la frequenza. È la percezione: queste pratiche sono vissute come “normali”, come parte dell’ambiente.

Qui il rapporto intercetta qualcosa non trauma acuto, ma trauma cumulativo, erosivo, relazionale. Quando il corpo femminile è oggetto costante di valutazione, sorveglianza e commento:

  • si interiorizza il doppio standard;
  • si anticipa il giudizio;
  • si restringe lo spazio di libertà.

È una forma di adattamento difensivo che rischiamo di sottovalutare.

Relazioni: tra desiderio di stabilità e sperimentazione

Uno dei dati più interessanti del rapporto riguarda la pluralità relazionale tra adolescenti: il 39% dichiara di essere in almeno una relazione, il 25% afferma di non desiderarne una, e convivono modelli differenti – monogamia, relazioni prevalentemente online, occasionalità, configurazioni aperte o poliamorose.

Questo quadro ci dice una cosa molto chiara: non esiste più un unico script relazionale dominante. L’adolescenza contemporanea non è definita da un passaggio lineare verso la coppia stabile, ma da una fase di esplorazione in cui coesistono desiderio di stabilità e bisogno di sperimentazione. Da un lato osserviamo un forte desiderio di esclusività, riconoscimento pubblico della relazione, definizione chiara dei confini (“stiamo insieme o no?”). Dall’altro lato emerge una normalizzazione della fluidità: relazioni che nascono e si consumano online, legami che non prevedono necessariamente esclusività, dinamiche affettive meno rigidamente incasellate.

Non è contraddizione. È tensione evolutiva.

L’adolescenza è sempre stata il luogo della sperimentazione identitaria, ma oggi questa sperimentazione avviene in un contesto di visibilità permanente e di pluralità di modelli. Il risultato è una coesistenza di aspettative diverse, spesso all’interno della stessa relazione. Uno dei partner può desiderare stabilità e definizione; l’altro può vivere il legame come esplorazione. In assenza di competenze comunicative mature, questa asimmetria può trasformarsi in conflitto, controllo, gelosia, pressione.

Pluralità relazionale come espressione di trasformazione

La pluralità relazionale non può essere letta come semplice “confusione” o “instabilità”, ma come espressione di un panorama culturale in trasformazione. Allo stesso tempo, non possiamo ignorare che la mancanza di cornici condivise aumenta l’incertezza. E l’incertezza, in adolescenza, può amplificare:

  • ansia di abbandono;
  • bisogno di controllo;
  • richiesta di conferme costanti;
  • paura di sostituibilità.

La presenza di relazioni online aggiunge un ulteriore elemento: la possibilità di mantenere legami paralleli, conversazioni private, ambiguità interpretative. La gelosia non nasce solo dal tradimento reale, ma dall’accesso continuo a micro-segnali (like, visualizzazioni, follower, commenti) che diventano indizi relazionali. La pluralità non è di per sé patologica. È un dato di realtà.

La questione clinica diventa allora: quali competenze emotive e narrative hanno gli adolescenti per abitare questa pluralità? Quanto riescono a nominare i propri desideri? Quanto tollerano l’ambivalenza? E quanto riescono a negoziare i confini?

In questo senso, il rapporto ci ricorda che la violenza relazionale non emerge nel vuoto. Si inserisce in un contesto in cui i modelli sono molteplici ma le competenze di gestione della complessità non sono ancora pienamente sviluppate. Tra desiderio di stabilità e bisogno di esplorazione, l’adolescente contemporaneo si muove in uno spazio relazionale più aperto, ma anche più esposto.

E questo spazio, se non accompagnato, può diventare terreno di fraintendimenti, escalation emotive e dinamiche di controllo.

 

Livello 1 in EMDR per Bambini e Adolescenti

emdr bambini

 

Consenso e confusione: il nodo più delicato

Il rapporto di Save the Children mette in luce una difficoltà diffusa tra gli adolescenti nel distinguere ciò che è reciprocità da ciò che è pressione. Non è solo una questione di “non sapere” cosa sia il consenso in termini giuridici o teorici. È qualcosa di più sottile e clinicamente più complesso: una zona grigia in cui dinamiche intime reciproche, pressioni emotive, ricatti affettivi e pratiche di abuso si sovrappongono e si confondono.

Molti ragazzi e molte ragazze non nominano immediatamente come violenza ciò che vivono. Lo raccontano come compromesso, come gesto per “non ferire”, come prova di fiducia. Il linguaggio che portano in studio è spesso questo:

  • Non mi andava, ma non volevo farlo sentire rifiutato
  • Se non mando la foto pensa che non mi fido
  • Se dico di no poi si arrabbia

Non siamo di fronte a un consenso libero e desiderante. Siamo davanti a un consenso negoziato sotto pressione relazionale.

La cultura del consenso, intesa come interiorizzazione profonda del diritto al proprio limite, non è ancora strutturalmente acquisita. Il consenso viene spesso interpretato come assenza di un “no” esplicito, non come presenza di un “sì” autentico. E soprattutto non è ancora radicata l’idea che il desiderio dell’altro non possa essere una responsabilità a carico proprio.

Qui emerge un nodo centrale: la difficoltà di costruire un confine soggettivo stabile in relazioni ad alta intensità emotiva e ad altissima visibilità digitale.

Difficoltà di costruire un confine tra gli adolescenti

Nel contesto onlife, il confine non è solo corporeo. È anche digitale. È il confine tra ciò che resta privato e ciò che può essere condiviso. Tra ciò che desidero e ciò che concedo per non perdere la relazione. Tra il mio tempo e la richiesta di disponibilità continua. E tra intimità e prova d’amore. La pressione non è sempre esplicita. Spesso è implicita, diffusa, normalizzata. È nella frase “se mi ami lo fai”. È nella paura di essere sostituibili. Ed è nell’idea che la relazione vada costantemente confermata attraverso segni visibili: foto, accesso alle password, condivisione di chat, prove di esclusività.

Per molti adolescenti, dire “no” equivale a rischiare l’abbandono. E in una fase evolutiva in cui l’appartenenza è cruciale per la costruzione identitaria, questo rischio può sembrare intollerabile. Così il limite personale viene negoziato al ribasso. Non è semplicemente mancanza di educazione sessuale. È una fragilità nella strutturazione del sé, è la difficoltà di sostenere la tensione tra desiderio di legame e tutela di sé. È la fatica di riconoscere che il proprio disagio è un’informazione legittima, non un ostacolo alla relazione.

La nostra responsabilità come professionisti, come genitori, come educatori è aiutare gli adolescenti a distinguere tra consenso e compiacenza, tra scelta e paura, tra desiderio e adattamento. Significa lavorare sulla legittimazione del “no”, ma anche sulla capacità di tollerare il conflitto che il limite può generare. Perché il consenso non è solo un atto. È una competenza relazionale e identitaria. E senza una solida percezione del proprio confine, il rischio è che la violenza non venga riconosciuta come tale, ma venga vissuta come prezzo inevitabile dell’amore.

Un elemento che va valorizzato: l’agency adolescenziale

Il rapporto evita la trappola della patologizzazione generazionale. Gli adolescenti:

  • riconoscono alcune dinamiche problematiche;
  • chiedono strumenti;
  • individuano la scuola come luogo cruciale di intervento;
  • mostrano desiderio di emancipazione (più evidente tra le ragazze).

Questa è una finestra evolutiva.

Come ricorda la letteratura sullo sviluppo, l’adolescenza è una fase di massima plasticità relazionale. Intervenire qui significa intervenire prima che i copioni diventino strutturati.

La violenza adolescenziale oggi non è solo questione di atti estremi. È questione di paesaggi relazionali saturi di micro-pratiche normalizzate. Lavorare sulla prevenzione reale vuol dire che è proprio qui che dobbiamo intervenire: nel linguaggio, nei doppi standard, nelle aspettative di genere, nella confusione tra cura e controllo.

Non stiamo assistendo a una generazione “peggiore”. Stiamo osservando una generazione cresciuta in un ambiente relazionale più visibile, più tracciabile, più esposto. E questo ci chiama a una responsabilità adulta più sofisticata.

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