Attività fisica nei soggetti obesi e sovrappeso

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Dott.ssa Chiara Vittorini, nata a Napoli, in cui ha conseguito la laurea triennale in Scienze e tecniche di psicologia cognitiva. Trasferita a Pavia, in cui ha conseguito la laur... Leggi la Bio
attività fisica sovrappeso

Attività fisica: davvero per tutti?

È risaputo ormai che l’attività fisica ha numerosi benefici sul mantenimento di un buon stato generale di salute, influenzando l’umore e il benessere complessivo (Cappelletti, Speciani, 2018). È uno strumento essenziale, assieme alla sana alimentazione, per la gestione e la risoluzione di condizioni di obesità più o meno grave. Ha la capacità di modificare la risposta ormonale e quindi la sensazione di appetito, aiutando a regolare l’alimentazione (Ibidem, 2018).

Tuttavia, per una categoria di soggetti, quelli obesi e in sovrappeso, non è così facile approcciarsi all’attività fisica.

Una persona “grassa” è vista come “diversa”, e questa sensazione di non essere accettati non aiuta a superare le difficoltà che normalmente incontra chi decide di intraprendere un programma dimagrante (Neri, Bargossi, Paoli, 2013).

E tuttavia per raggiungere i migliori risultati in termini di forma fisica e salute mentale è necessario svolgere un’attività fisica costante, sufficiente, mirata, personalizzata. Ma soprattutto gradita e stimolante, in modo da poter mantenere un atteggiamento mentale positivo e motivato, limitando le fonti di stress esterne (Ibidem, 2013).

 

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Ma è così facile per i soggetti in sovrappeso avvicinarsi all’attività fisica?

In generale tremo al solo pensiero dell’esercizio fisico, poi mi detesto per la mia pigrizia, la mia mancanza di motivazione e soprattutto di disciplina o autostima, visto che a livello intellettuale so che l’esercizio mi fa bene. […] Fare questo o quel movimento, sudare e sperare che da tanto sforzo esca qualcosa di buono, mi sembra una perdita di tempo”. (Gay, 2017).

Questo è un passo di un libro del 2017, “Fame” di Roxane Gay, una scrittrice e accademica che, attraverso il suo saggio autobiografico, racconta la storia della sua obesità. Attraverso le sue pagine, intrise di una profonda sofferenza e senso di ingiustizia, mostra come l’obesità è ancora associata a stoltizia e incapacità di controllare gli impulsi (Calvi, 2016).

La semplificazione dell’obesità sminuisce la sofferenza della persona e scarica tutta la “responsabilità” dell’eccesso ponderale sul soggetto, riducendolo a un mero problema di numeri e di chili di troppo. Si attribuiscono ancora colpe e disvalori alle persone in sovrappeso, quali pigrizia, mancanza di forza di volontà, ingordigia ecc. (Pace, 2017). Secondo studi recenti, inoltre, la discriminazione nei confronti di adulti obesi è una delle forme più comuni di discriminazione segnalate, con tassi paragonabili a quelli registrati per la discriminazione razziale (Puhl et al., 2012).

In un capitolo in particolare, quello dedicato all’attività motoria, Roxane Gay sottolinea la difficoltà che hanno spesso i soggetti sovrappeso ad avvicinarsi all’attività fisica.

Quando vado in palestra da sola, mi sento sempre tutti gli occhi addosso. Tento di andarci in orari poco frequentati, in parte per proteggermi, in parte perché mi disprezzo. La mia vergogna si ingigantisce, in palestra. C’è qualcosa nell’usare attivamente il corpo che mi fa sentire ancora più vulnerabile”.

Attività fisiche in luoghi pubblici “costringono” ad esporre il proprio corpo, a compararlo e sentirlo comparare inevitabilmente con e dagli altri che frequentano le palestre.

 

L’importanza di un’attività fisica stimolante per i soggetti in sovrappeso

L’attività fisica ha come scopo principale l’acquisizione di uno stile di vita più attivo che, se accolto favorevolmente dalla persona, può indurre un cambiamento delle abitudini di vita, in grado di mantenersi poi oltre il tempo dedicato strettamente al calo ponderale e garantire dei risultati permanenti a lungo termine (Sartorio, Buckler, 2008).

L’esercizio fisico dev’essere quindi gratificante e quanto più possibile divertente. Tuttavia spesso i soggetti in sovrappeso sono derisi dal resto della comunità, per cui tendono ad isolarsi o ad essere emarginati negli sport di squadra. Un inizio troppo brusco di attività fisica spesso spaventa e demotiva il soggetto, che si trova incapace di affrontare performance fisiche per lui non usuali, ma che per gli altri appaiono estremamente facili (Ibidem, 2008).

Mi sedetti, scelsi un programma di allenamento di sessanta minuti, sapendo benissimo che mi sarei fermata a quaranta […] scoccai un’occhiata alla ragazza accanto a me, andava in cyclette da un paio di minuti in più […] Mi aveva sbirciato tutto il tempo, chiedendosi quanto avrei resistito. […] Sapevo cosa stava succedendo. Quella ragazza mi stava sfidando. Mi stava comunicando che potevo resistere quanto volevo, tanto lei avrebbe resistito di più. Non si sarebbe fatta surclassare da una palla di lardo”.

 

Discriminazione

L’esercizio fisico nelle palestre, infatti, può portare a confrontarsi con i coetanei normopeso. E invece di diventare occasione per miglioramento personale, può sfociare in sentimenti di frustrazione, portando ad un ulteriore abbassamento del tono dell’umore e al basso livello di autostima (Sartorio, Buckler, 2008).

Forme di esclusione, discriminazione, aggressività fisica o verbale, insulti, sono situazioni che possono provocare una profonda sofferenza, minando l’autostima e la motivazione a proseguire con un piano di allenamento mirato.

So utilizzare gran parte degli attrezzi, ma mi agito sempre quando corro sul tapis roulant o mi siedo alla cyclette perché ho l’impressione che non siano fatti per gente come me. Odio come mi vedono gli altri, questa cicciona che fa ginnastica […]”

 

Stigma del peso corporeo

È stato messo in luce come lo stigma del peso corporeo ha un impatto molto forte sull’impegno all’attività fisica. Impegnarsi in attività fisica in un ambiente esposto allo sguardo dell’altro implica una minaccia di discriminazione, un’esperienza traumatica che compromette l’autoefficacia fondamentale alla performance stessa. Al tempo stesso, l’assenza di rappresentazioni positive di individui in sovrappeso nelle palestre, impedisce l’impegno costante nell’attività fisica, ricordando al soggetto l’eccesso di rappresentazioni negative riguardo al proprio corpo, tutte derivanti dagli atteggiamenti di “fatshaming” della società (Meadows, Bombak, 2018).

I soggetti in sovrappeso non possiedono modelli di comportamento, bussole di riferimento da seguire per venire accettati. Per cui hanno difficoltà a sviluppare l’autoefficacia necessaria all’impegno per l’attività sportiva. La bassa autostima, infatti, ostacola lo sviluppo di un’identità che faccia combaciare il proprio essere in sovrappeso con l’impegno in un’attività sportiva (Meadows, Bombak, 2018).

 

Palestre…non confortevoli per tutti!

Inoltre spesso gli spazi pubblici dedicati all’esercizio fisico, come piscine e palestre, sono costruiti e organizzati come spazi “esclusivi” per corpi “normativi”. I corpi in sovrappeso, invece, sono spesso in questi ambienti vissuti come intollerabili e difficilmente combaciabili con l’attività fisica e l’esercizio.

Ci sono pochissimi spazi in cui corpi come il mio stanno comodi […] Stipo il mio corpo in sedili che non sono stati pensati per accogliermi e quando mi alzo e il sangue affluisce, una, due o più ore dopo, ho dolori fortissimi. […] Vedo che gli spazi fisici mi puniscono per via del mio corpo ribelle”.

In particolare le donne in sovrappeso subiscono un trattamento irrispettoso in palestra. Vengono molestate, ridicolizzate e viene continuamente commentato il loro corpo (Harjunen, 2019).

Continuare a rappresentare i corpi sovrappeso/grassi come pigri, poco attraenti, incompetenti e meritevoli di giudizio e maltrattamenti è un atteggiamento che ha poco a che vedere con la salute. Piuttosto lo stigma pervasivo legato al peso viene celebrato e mercificato (Greenleaf, Klos, Hauff et al., 2019).

Prendere in giro i grassi, in modo piuttosto sagace, è un comportamento reale, costante. C’è un numero sbalorditivo di persone che credono di poter tranquillamente tormentare i grassi perché dimagriscano, disciplinino i loro corpi o li facciano sparire dalla sfera pubblica […] E’ una strana crudeltà dotata di senso civico.”

Il discorso dovrebbe quindi essere mirato a rendere l’attività fisica più attraente per i soggetti con problematiche di peso; dovrebbe essere prestata maggiore attenzione al fatshaming e si dovrebbe incoraggiare la pratica sportiva come uno spazio per tutti i corpi (Harjunen, 2019). Lo psicologo clinico e dello sport può accogliere la richiesta di aiuto dei soggetti più in difficoltà, la loro preoccupazione cercando insieme la strategia più adeguata per affrontare il particolare momento che stanno vivendo.

Bibliografia

Calvi R., Grassopatia, il problema del grasso nella società 2.0. Il mio libro, 2016

Cappelletti M., Speciani M.C., Incredibilmente in forma: sport e nutrizione per stare bene. Edizioni LSWR, 2018, Milano

Gay R., Fame, Einaudi, 2017, Torino

Greenleaf C., Klos L., Hauff C., Hennum A., Pozoliniski B., & Serafin G., “Unless you puke, faint, or die, keep going!” Exploring weight stigma in the gym on The Biggest Loser, Fat Studies, 2019

Harjunen H., Exercising exclusions: Space, visibility, and monitoring of the exercising fat female body, Fat Studies, 2019

Meadows, A., & Bombak, A., Yes, We Can (No, You Can’t): Weight Stigma, Exercise Self-Efficacy, and Active Fat Identity Development. Fat Studies, 2018

Neri M., Bargossi A, M., Paoli A., Alimentazione fitness e salute: per il wellness, il dimagrimento, la prestazione, la massa muscolare. Elika editrice, 2013, Cesena

Pace P., La parola muta: la sofferenza del soggetto obeso. Edizioni San Paolo, 2017, Milano

Puhl R,M., et al., Perceptions of weight discrimination: prevalence and comparison to rance and gender discrimination in America, Int J Obes, 2008

Sartorio A., Buckler J, M, H., Obesità infantile: un problema “in crescita”. I consigli dei medici ai genitori. Vita e pensiero, 2008, Milano

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