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Le Grandi Dimissioni: perché dopo il Covid molti stanno cambiando lavoro

Le Grandi Dimissioni: perché dopo il Covid molti stanno cambiando lavoro

Un padre e una figlia camminano per strada a ruoli invertiti: lui torna in ufficio dopo due anni di pandemia, lei lo accompagna. «Non voglio andare» dice il papà e la bambina risponde: «Dai, rivedrai i tuoi amici Luk, Rita, Mark. Guarda lì, c’è Steve dalla contabilità. Ti sei ricordato il tuo pranzo? Tieni, ti do anche un biscotto». Il ritorno in ufficio dopo due anni di smart working ha, per qualcuno, questo sapore qua. Di questo video belga pubblicato su Youtube e sotto il quale si è scatenato il dibattito del momento. Ester Viola, nella sua newsletter, le ha chiamate le Grandi dimissioni: «La gente se ne va, non vuole saperne più, non solo dell’ufficio, pure del capo, del vecchio lavoro, di tutto. Lo sfastidio è grande sotto il cielo. Insomma c’è una convergenza collettiva a stracciare contratti e lasciare navi che non stavano affondando – addio lavoro, sicurezze, addio accrediti certi alla fine del mese – perché non si riesce, è quel burnout di cui parlavamo nelle scorse settimane, pare. Ci sono numeri sufficienti perché sia diventato già editoriale ovunque».

«Great Resignation» è il termine che ha usato Anthony Klotz, professore di Management alla Mays Business School del Texas, per raccontare quello che sta succedendo soprattutto negli Stati Uniti con un record di dimissioni registrate a marzo 2021. Forbes ci ha fatto un pezzo dal titolo molto esplicativo: «Perché i tuoi dipendenti non vogliono tornare e cosa puoi fare». Le aziende sono in crisi, i dipendenti pure: un’analisi di Microsoft afferma che il 40% della forza lavoro globale sta pensando di dimettersi entro l’anno. «Ma i datori di lavoro che cercano di fermare l’esodo dovrebbero prestare attenzione: gran parte dell’onere è su di loro» ha scritto Fortune. Perché sarà pure come dice il report di Microsoft: «Il lavoro flessibile è destinato a durare, il panorama dei talenti è cambiato radicalmente, il lavoro a distanza ha creato nuove opportunità di lavoro e offerto più tempo per se stessi». Ma molte aziende e la pubblica amministrazione, non solo negli Stati Uniti, sembrano intenzionate a far finta di niente, ostinate a interpretare il ruolo di uno spaesato John Travolta in un famoso “meme”.

La prima cosa che ha fatto il ministro della Pa Renato Brunetta è stata decretare il rientro in presenza entro fine ottobre. Lo smart working è già tornata ad essere un’eccezione nel decreto ministeriale della Pubblica amministrazione e chissà quali saranno le conseguenze. Nel privato, sono tutte già tangibili. «La pandemia ha dato a tutti più di un anno per riesaminare vite e priorità – ha scritto Forbes -. Molti lavori e carriere che erano abbastanza buone prima del Covid, sono invecchiati male». Alcune malissimo.

Avete lasciato il lavoro dopo la pandemia? E perché? ho chiesto sui miei social. Centinaia le risposte su Instagram che lamentavano tutte disperatamente le stesse cose: ambienti di lavoro tossici non più tollerabili; orari di lavoro folli; tempi di spostamento casa-lavoro non più ammessi. «Dopo anni di studio, pratica, abilitazioni, master et similia, vorrei lavorare per quello che veramente mi piace, con i miei tempi, orari e obiettivi – mi ha scritto un’avvocata -. Con lo smartworking avevo la possibilità di far arrivare la spesa in qualunque momento, mangiavo sano e trovato cinque minuti anche per fare la lavatrice. Sembrano stupidaggini ma sono questioni ordinarie da non sottovalutare. In più con la pandemia è cresciuto in me il processo di riflessione su un punto che è sempre stato indiscutibile: impegno e sacrificio nel lavoro a ogni costo. Anche a costo della salute mentale, fisica, non avevo più neanche il tempo di informarmi o leggere. Ora non voglio più fare a gara per dimostrare quanto sia disposta a sacrificarmi per essere un’avvocata d’affari». E ancora: «Mi sono licenziata al rientro del primo lockdown, ho vissuto mesi di crisi senza soldi e senza identità ma ora ho finalmente un lavoro più gratificante». «Ho cercato qualcosa di meglio e ce l’ho fatta, oggi sono più felice». «Vorrei cambiare, la consulenza è la nuova schiavitù». «Ho cambiato lavoro per sfuggire a un capo negazionista e presenzialista».

«Siamo cresciuti immersi in questa dicotomia tra l’inseguire i propri sogni e la sicurezza – hanno spiegato nella newsletter Cose preferite Anna Bardazzi e Lucrezia Sarnari -. Una terza via non ci è stata insegnata». Ma forse c’è ed è a questo che stiamo tutti pensando in questi mesi, quasi in maniera collettiva. «La maggior parte delle persone non valuta la propria soddisfazione lavorativa 365 giorni l’anno – ha confermato a Fortune Brooks Holtom, professore di gestione e decano associato senior presso la Georgetown University -. Ma con la pandemia è successo a tutti e in massa». Da qui le grandi dimissioni e studi, analisi su nuovi modi di pensare e concepire la produttività. Come andrà a finire, chissà? Ma quello che sappiamo è che il video belga ha un happy end: «Sei stato coraggioso papà – dice la bambina al padre all’uscita dall’ufficio – stasera spaghetti e telegiornale».

 

Tecniche e strumenti di consulenza psicologica sul disagio lavorativo e del cambiamento professionale

 

Fonte: https://www.corriere.it/economia/lavoro/

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