La prevenzione del rischio suicidario adulto e adolescenziale

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Gran parte delle persone che assumono condotte suicidarie sovente forniscono degli indizi, più o meno latenti, prodromici all’estremo gesto che difficilmente vengono colti, o se colti spesso sottovalutati. Ma chi sono le persone in grado di cogliere tali segnali? Gran parte delle volte a cogliere questi segnali sono i cosiddetti “altri significativi” del soggetto suicidario, cioè la moglie, il fidanzato piuttosto che il marito, la convivente, il figlio o l’amico del cuore. Le persone che gli sono legate emotivamente.

Ecco quindi che si comincia a delineare l’importanza dell’azione preventiva in questo delicato campo. Si, perché quando si parla di suicidologia shneidmaniana non si parla soltanto di crisi suicidaria, di supporto ai survivors, di autopsia psicologica ma soprattutto di prevenzione del rischio suicidario. In tal senso prevenzione può significare individuare ed agire sui fattori di rischio, ma anche formare per essere anche in grado di cogliere in tempo tali segnali di allarme, strutturare una corretta e mirata richiesta di aiuto, implementare i fattori protettivi e svolgere una corretta valutazione del rischio suicidario specifica nella fase adulta o adolescenziale.

Dove si svolge la prevenzione?

L’azione preventiva deve essere mirata e svolta nei luoghi privilegiati del potenziale protagonista del gesto suicidario, quindi nella famiglia, nel contesto amicale, nel caso dell’adulto nei luoghi di lavoro – in tal senso fondamentale può essere l’azione nell’hic et nunc dei colleghi di lavoro – nel caso dell’adolescente nella scuola.

Nel caso degli adolescenti può diventare fondamentale, per esempio, il lasso di tempo interposto tra la prima ideazione suicidaria e l’invio al professionista specificamente preparato per una valutazione del rischio suicidario e l’eventuale trattamento specifico di supporto. In tal senso saranno gli insegnanti, i medici scolastici o gli amici a cogliere in tempo tali segnali e predisporre un piano di richiesta di aiuto.

Spesso un soggetto suicida non è necessariamente un malato di mente, ma una persona sana, dove può essere bastato un evento precipitante per mettere in atto l’estremo gesto, con il quale porre fine al dolore mentale e ad una situazione emotigena percepita non più gestibile. In tal senso la condotta suicidaria non è una ricerca di morte bensì una fuga dalla vita, secondo una dicotomia cognitiva per la quale non esistono altre vie di fuga se non quella illusoriamemte più facile.

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Ma esiste un vero e proprio test che indichi al professionista il reale rischio suicidario di un individuo? Questo costituisce ancor oggi un nodo difficile da sciogliere. Nell’ambito dell’assessment esistono diversi test che ci possono fornire utili indicazioni sul grado di intenzionalità suicidaria di un soggetto. Tuttavia ritengo che non esista, e probabilmente non esisterà mai un unico test che possa dirci con esattezza se una persona si suiciderà e in qual caso se lo faccia a breve o a lungo termine. Una corretta valutazione del rischio suicidario deve essere svolta attraverso l’utilizzo sinergico di diversi strumenti – sia strutturati che proiettivi – tra cui la storia personale del soggetto, poiché ogni persona è unica ed irripetibile.

Per quanto riguarda l’aspetto epidemiologico del fenomeno suicidario, e importante sapere che ogni anno nel mondo, secondo l’OMS, si verificano circa un milione di suicidi, di cui circa centomila sono adolescenti e soltanto in Italia circa 4 mila. Tali dati, che ci fanno immaginare le reali proporzioni del fenomeno, non tengono conto dei tentativi di suicidio, difficilmente censibili poiché le uniche tracce sono quelle riconducibili ai ricoveri ospedalieri o a cure mediche.

La Suicidologia è una vera e propria scienza, che necessita di validi professisti specificamente preparati, che facciano parte di equipe multidisciplinari, poiché il fenomeno suicidario affonda le sue radici in diversi contesti, non soltanto psicologici, ma anche psichiatrici, biologici, genetici, sociali e culturali.

In tal senso una specifica formazione diventa fondamentale per una corretta azione preventiva. La formazione deve riguardare non soltanto psicologi, anche medici, insegnanti, operatori sociali e sanitari ed altre figure non professionali che vivono nel contesto emotivo del potenziale soggetto suicidario.

La suicidologia appartiene ad un campo eterogeneo in cui la base della conoscenza avanza rapidamente. E lo psicologo ricopre una figura chiave in questo delicato campo, dove le sue competenze possono fornire specifici programmi di supporto.

Nella prevenzione del rischio suicidario si può e si deve fare ancora molto, e l’impegno sinergico di diversi professionisti specificamente preparati può salvare molte vite. Importante non dimenticarsi che dientro ogni sofferenza, ve ne sono molte altre connesse in gioco.

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