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Il ruolo dell’adulto nei conflitti tra i bambini

Laureata presso l'università di Bologna nel 2006, conseguo la specializzazione in psicoterapia sistemico-relazionale nel 2010, presso il Centro Bolognese di Terapia Famigliare. Dopo alcuni anni di l...
conflitti bambini

I conflitti tra i bambini attivano spesso un forte disagio negli adulti, siano essi genitori o educatori/insegnanti. Tale disagio, comprensibile per certi versi, fa sentire l’adulto sguarnito, impreparato o confuso di fronte ai bambini che stanno manifestando comportamenti conflittuali e aggressivi e produce molto frequentemente una serie di interventi poco efficaci.

Come muoversi rispetto ai comportamenti di rabbia e ai conflitti tra bambini rappresenta oggi un quesito molto diffuso sia tra i genitori sia tra il personale educativo:

  • è preferibile intervenire o mantenere un atteggiamento non interventista?
  • Se è bene intervenire occorre farlo con forza o con delicatezza?
  • Quando è il momento giusto per intervenire?
  • Cosa è più indicato dire o fare?

E così via.

Per poter rispondere e dare senso a tutte le domande e i dubbi che vertono sul tema dei conflitti infantili (e più in generale sul tema dei comportamenti di collera dei bambini), occorre partire da una doverosa premessa: per non connotare il conflitto tra bambini in un senso esclusivamente negativo, connettendolo a giudizi moralistici, dobbiamo significare il conflitto in età evolutiva come una modalità di interazione sociale.

I bambini, infatti, in base alla fase di sviluppo che attraversano, alle esperienze soggettive che vivono, alle competenze acquisite e ai messaggi veicolati dall’ambiente in cui sono inseriti, “utilizzano” il conflitto con scopi e obiettivi diversi.

Scopi e obiettivi non necessariamente aggressivi o distruttivi.

 

La struttura e l’espressione stessa del conflitto cambia nel tempo e in base ad una pluralità di fattori da tenere in considerazione. Capita, tra l’altro, soprattutto con i bambini della fascia 0-3 anni, di definire alcuni gesti legati all’esplorazione sociale, come un azioni aggressive senza però che lo siano.

Dunque, detto quanto sopra, come porsi rispetto agli episodi di conflittualità tra i bambini? Quale ruolo sarebbe preferibile per una gestione psicologicamente corretta del conflitto e come aiutare i bambini ad uscire dall’interazione conflittuale?

Come accompagnare i bambini nell’acquisizione delle necessarie competenze di gestione di un tipo di interazione così delicata ed emotivamente stressante come è il conflitto?

Innanzi tutto è necessario partire dalla considerazione che se ci si riferisce ad una fascia di bambini di età prescolare (0-6 anni) non è possibile aspettarsi che siano autonomi nella gestione del conflitto. Occorre quindi intervenire proprio per costruire le abilità utili alla gestione del conflitto, che vanno sperimentate, testate, allenate, rinforzate e messe a punto. L’obiettivo è che poi i bambini, crescendo, acquisiscano delle strategie di soluzione sempre più autonoma del conflitto e delle abilità di gestione delle emozioni coinvolte.

Per intervenire opportunamente occorre, prima di tutto, comprendere il senso del conflitto in corso, cioè attribuire ai comportamenti aggressivi che osserviamo dei significati corrispondenti al tema centrale del conflitto. Cosa si intende dire? Che spesso l’adulto fatica a gestire l’episodio di conflitto o a trasformarlo in una interazione non più conflittuale poiché non centra il punto, non sa come leggere la dinamica in corso, non interviene cioè in un modo che possa aver senso per quei bambini. Se proponiamo soluzioni incoerenti con l’episodio, non interessanti o slegati dai contesti che i bambini stanno vivendo, saremo inefficaci o ininfluenti rispetto all’evoluzione della conflittualità.

Un esempio di quanto scritto potrebbe essere questo: in un contesto educativo (asilo nido) un bambino di 17 mesi si avvicina ad una bambina più piccola (14 mesi) e le dà un pizzicotto forte sul viso. La bambina piange, lui guarda l’educatrice che dice “No, non dare i pizzicotti, fai una carezza a Giorgia” e lui continua ridendo. Giorgia piange e urla e lui non molla la bambina, fino a quando viene allontanato fisicamente dall’educatrice.

Perché l’intervento non ha sortito l’effetto desiderato? Perché probabilmente si basa solo sul divieto del comportamento inadeguato (che serve) e sulla richiesta di “essere buona” con la compagna che non c’entra nulla con la dinamica tra i due bambini. Nel comportamento del bambino che dà i pizzicotti non c’è un’intenzionalità aggressiva, ma esplorativa, quindi per quanto l’atto sia spiacevole e negativo, non ci sono sentimenti o intenzioni negativi.

Cosa può fare l’adulto allora per intervenire con maggior efficacia?

Abbiamo già scritto che la segnalazione del comportamento da evitare fatta in modo chiaro e comprensibile al bambino è utile. In secondo luogo occorre aiutare i bambini a guardare l’altro come soggetto di emozioni e sensazioni simili alle sue (cioè la bimba prova dolore, paura o tristezza come lui). L’adulto deve accompagnare cioè i bambini a trasformare l’interlocutore da oggetto in soggetto: finché questo processo non è maturato, sarà inevitabile che i piccoli esplorino gli altri bambini così come hanno fatto fino a quel momento con le cose (mordendo, toccando, spingendo, pestando).

Altri interventi utili sono quelli legati allo sviluppo di modalità alternative e più raffinate di interazione sociale: i bambini scoprono -anche grazie al nostro aiuto- che gli altri si possono conoscere non solo attraverso una fisicità irruenta, ma anche attraverso la condivisione di uno spazio di gioco, attraverso il linguaggio verbale, così come tramite un contatto fisico rispettoso.

E’ importante che gli adulti sappiano usare e selezionare il tipo di intervento più appropriato alla situazione e ai bambini che hanno di fronte, riconoscendo l’unicità di ogni relazione e situazione. In alcuni casi saranno utili interventi verbali, in molti altri interventi poco verbali e piuttosto basati sulla sintonizzazione emotiva, sul rispecchiamento affettivo, sul gioco di simulazione e sulla simbolizzazione.

L’adulto deve comunque sempre orientarsi ad aiutare i bambini a negoziare nel conflitto, senza negare la presenza di sentimenti di rivalità, competizione e aggressività. Sviluppare l’idea che sia possibile uscire, in modi diversi, dai conflitti in un modo sufficientemente gratificante per tutte le parti in scontro, restituisce alle relazioni quella complessità e quella capacità di cambiare e articolarsi in modo più maturo che auspichiamo nel lavoro con la prima e la seconda infanzia.

Gli adulti, se comprendono i significati dei conflitti tra bambini, possono rappresentare quindi figure di grande importanza nella gestione di tali conflitti, mai come giudici o risolutori indipendenti degli scontri, quanto come ri-elaboratori di stimoli, vissuti e situazioni che i bambini devono imparare a capire e organizzare meglio.

 

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Dott.ssa Francesca Broccoli

Psicologa e Psicoterapeuta

 

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