L’aggressività e la rabbia nei bambini… quali significati e come intervenire

Sono psicologa clinica, psicoterapeuta sistemico – relazionale e mediatore familiare e dei conflitti relazionali. Svolgo la libera professione presso il mio studio a San Donà di Piave (Ve), oltre a... Leggi la Bio

Solitamente, dietro comportamenti di rabbia dei bambini si cela sempre il desiderio di attenzione e di ascolto.

Alcuni comportamenti infantili appaiono molto aggressivi come graffiare, mordere o tirare i capelli e spesso suscitano apprensione nei genitori. Mamme o papà preoccupati, in genere, mi chiedono “Perché si comporta così?”, “Cosa posso fare?”, “Noi non siamo aggressivi con lui, eppure lui grida, perde le staffe e lancia le cose … perché ha queste  reazioni così forti?” …

Winnicott, sostiene che “crescere è di per sé un atto aggressivo”; infatti basta osservare come i bambini si muovono con prontezza verso un giocattolo che suscita il loro interesse; l’afferrano con grinta e quando qualcuno prova a portarglielo via si ribellano con aggressività.

Aggressività deriva dal termine latino aggredior che significa “cammino in avanti”, “vado verso”. Nei bambini l’aggressività è una modalità comunicativa e di crescita che si trasforma ed evolve in relazione alle tappe evolutive dello sviluppo del bambino e pertanto deve essere valutata in relazione alla sua età. Nel primo anno di vita l’aggressività del bambino è una modalità specifica sia di reagire alle frustrazioni sia di dare spazio alla tendenza esplorativa che caratterizza proprio i primi anni di vita. Intorno ai due anni, invece, il bambino impara l’uso del “NO” e anche questo rappresenta un suo modo di crescere che gli permette di distinguere l’IO dal TU e di far valere la sua volontà. Non bisogna dimenticare anche il valore esplorativo di alcuni atteggiamenti aggressivi. Ad esempio spinte, morsi, lancio di oggetti, crisi di rabbia, … sono un tentativo per esplorare le relazioni e anche per verificare l’effetto che tali azioni suscitano sulle persone e l’ambiente che circondano il bambino.

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Ci sono poi, una serie di situazioni che il bimbo si trova a vivere nella sua vita che gli causano una profonda sofferenza, frustrazione, senso di impotenza e tutta un serie di emotività negative che non è in grado di riconoscere e verbalizzare chiaramente. In tutti questi casi, è abbastanza normale che usi l’aggressività per chiedere una forma di aiuto o di attenzione o comunque per esprimere il malessere che ha dentro. La cosa difficile, è che non sempre i genitori si mettono subito nell’ottica di ascolto e di provare a interpretare qui gesti andando oltre l’apparenza. Ma viene abbastanza immediato sgridarlo, giudicarlo o metterlo in punizione. La vita frenetica e la superficialità in cui sembra sempre di più andare la nostra società, ci fanno dimenticare che i bambini hanno tutto un loro modo di comunicare le loro emozioni e che è un errore fermarsi solo ed esclusivamente alla loro manifestazione finale e più evidente.

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Mentre, per quanto riguarda l’aggressività che possono provare e manifestare gli adolescenti, essa può originarsi da prepotenze e prevaricazioni subite: è importante comprendere se si tratta di episodi o se l’adolescente sta assumendo le caratteristiche del bullo, e in questo caso chiarire il contesto, considerando la vittima, il ruolo degli insegnanti, dello psicologo, il rapporto genitori – insegnanti.

Ad ogni età, la MODALITA’ d’intervento dell’adulto è fondamentale. Di fronte ad un bambino arrabbiato le reazioni ed emozioni dei genitori possono essere diverse: c’è chi si spaventa, chi lo rimprovera, chi lo incoraggia, chi ne rimane inerme, chi se ne preoccupa. Questo perché, solitamente la rabbia, se pur emozione normalissima e sana, ancora oggi viene in qualche modo censurata, inibita o vissuta come un qualcosa che non si sa come gestire ne contenere.

L’aggressività non si gestisce con altra aggressività.

I risultati di una lunga indagine condotta da alcuni studiosi dell’Università del Texas e del Michigan hanno indicato che i bambini sculacciati hanno più probabilità di diventare ‘cattivi ragazzi’. Gli schiaffi, anche se leggeri, provocherebbero atteggiamenti di sfida nei confronti dei genitori, comportamenti anti-sociali e aggressivi. Inoltre, nei casi più gravi, esporrebbero di più a disagio mentale e a difficoltà cognitiva. “La sculacciata, spiega Andrew Grogan-Kaylor, rischia di provocare l’atteggiamento opposto di quello desiderato da padri e madri dei ragazzi”. La ricerca, pubblicata nel Journal of Family Psychology, ha preso in esame per un lungo periodo 160.000 bambini. “Abbiamo scoperto che ‘la sculacciata’ era associata a risultati negativi e non a un maggior rispetto delle regole o a atteggiamenti di ubbidienza. Esattamente il contrario di quanto vogliono i genitori quando puniscono in questo modo i figli”, ha detto Elizabeth Gershoff, docente di Sociologia della famiglia all’Università del Texas di Austin.

E’ indubbio che il mestiere del genitore è il può arduo e il più difficile, e tutto appare più difficile di fronte all’aggressività e rabbia di un bambino.

Molte sono le incertezze su che cosa sia più giusto fare, su cosa fare, sugli atteggiamenti da assumere, sulle cose da dire.

rabbia-bambiniTuttavia, prima di disperare i genitori dovrebbero accettare di non essere perfetti, ma accontentarsi di essere genitori “sufficientemente buoni” (Winnicott), capaci di accettare i propri limiti, ma nello stesso tempo realmente disponibili a fare del proprio meglio ed essere sintonizzati sui bisogni dei propri figli. Educare è un’arte. Vale a dire un intervento delicato e complesso che richiede non solo conoscenze tecniche ma soprattutto attenzione, sensibilità, capacità creativa. Significa aiutare un individuo a crescere e sviluppare le potenzialità che gli permetteranno di diventare autonomo e indipendente. Educare vuol dire adoperarsi per far emergere la personalità del bambino rispettando le sue caratteristiche e permettergli di attraversare le esperienze positive e negative della vita con fiducia. L’educazione è una relazione a due che implica un educarsi, ovvero la riflessione sul proprio percorso educativo e la ricerca del giusto approccio per seguire la crescita dei propri bambini con serenità e razionalità. Per affrontare questo difficile ma meraviglioso compito è fondamentale che gli adulti siano disposti a considerare loro stessi come parte in causa nelle difficoltà del bambino.

 

Come sostenere i genitori nel gestire efficacemente tali reazioni?

famiglia

Nella mia esperienza clinica ho osservato sempre più spesso che attraverso gli strumenti del Parent Coaching, i genitori riescono ad acquisire maggiore consapevolezza rispetto al loro ruolo genitoriale e alle diverse modalità di intervento nei confronti del bambino. In questo percorso di sostegno alla genitorialità arrivano in autonomia a comprendere quali sono i reali bisogni dei bambini senza ricevere la “formula magica” da parte del professionista.

 

Ad esempio, di fronte alle reazioni di rabbia comprendono che diventa utile alcuni passaggi fondamentali come:

  1. DIVENTARE CONSAPEVOLI DELL’EMOZIONE DEL BAMBINO.
  2. RICONOSCERE NELLA CRISI UN’OCCASIONE DI CRESCITA (le emozioni “negative” non passano solo perché decidiamo di non dargli importanza, si dissolvono quando riusciamo a dargli un nome e a sentirci compresi)
  3. ASCOLTARE CON EMPATIA E CONVALIDARE I SENTIMENTI DEL BAMBINO (cerchiamo di prestare attenzione al linguaggio del corpo del b e mostriamogli il nostro: calmo e rilassato, seduti al suo livello di sguardo prestiamogli la massima attenzione, cerchiamo di ascoltare più che fare troppe domande).
  4. ABITUARLO A SENTIRE LE PAROLE UTILI AD ESPRIMERE LE EMOZIONI CHE PROVA (anche se il b non parla si sintonizza sul tono che ascolta, sulla comunicazione inconscia e comunque parlare al b favorisce l’acquisizione del linguaggio).
  5. PORRE DEI LIMITI AI COMPORTAMENTI INADEGUATI ( è importante che i bambini capiscano che il problema non è nei sentimenti ma nei comportamenti: tutti i sentimenti sono accettabili ma non tutti i comportamenti).

Questo tipo di sostegno permette loro di affrontare con più serenità i diversi comportamenti del bambino e di accettare anche alcuni passaggi critici della crescita.

 

BIBLIOGRAFIA

CANESTRARI Renzo – GODINO Antonio, Trattato di psicologia, Bologna, CLUEB, 2002.

LINDSAY Gardner – HALL Calvin – THOMPSON Richard, Psicologia, Bologna, Zanichelli, 1982.

MARCELLI Daniel, Psicopatologia del bambino, Milano, Masson, 2000.

 

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