Cosa farne dell’infertilità? Quando la psicologia da un mano alla biologia…

Patrizia Vaccaro
Psicologa Psicoterapeuta, mi sono specializzata nel 2008 in Psicoterapia cognitiva e cognitivo-comportamentale presso il centro “Studi Cognitivi” di Milano. Sin dai primi anni della formazione ... Leggi la Bio
infertilità

Marta e Giovanni si sono conosciuti sei anni fa. Lei aveva 35 anni, lui 33. Lei medico, lui architetto. Dopo pochi mesi sono andati a convivere e hanno cominciato a cercare una gravidanza.

Passano più o meno un paio d’anni in cui la gravidanza non arriva.

Gli impegni di lavoro sono un buon alibi per ritardare la richiesta di aiuto. Alla fine decidono di rivolgersi a un centro PMA. A questo punto lei ha appena compiuto 38 anni e lui ne ha 36. Dopo essersi sottoposti a tutti gli esami di routine scoprono che non c’è alcuna condizione organica significativa che spieghi l’infertilità: Marta e Giovanni rientrano in quel 15% di casi di quella che viene definita infertilità inspiegata.

Questa notizia su di loro ha un forte impatto emotivo. Entrambi sono due persone molto orientate all’obiettivo, perfezioniste e controllanti: non realizzare il loro scopo e non averne una spiegazione chiara genera ulteriore ansia e tristezza. Si affidano al centro, con una certa ansia e con la difficoltà ad accettare la diagnosi.

Questa è solo una delle storie che si possono incontrare in un centro di Procreazione Medicalmente Assistita (PMA). E questa è una storia abbastanza frequente.

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E’ ormai riconosciuto da numerose ricerche che chi, durante il suo cammino di vita, ha problemi di fertilità presenta una serie di sintomi psicologici che lo rendono più vulnerabile sia da un punto di vista fisico che psichico.

Corso Ondemand: Il sostegno psicologico nell’infertilità
Corso Ondemand: Il sostegno psicologico nell’infertilità

Le ricerche negli anni passati sono state per lo più orientate a capire i sintomi o gli aspetti psicologici correlati, ora si cerca di orientarsi maggiormente sull’efficacia dei trattamenti che possano non solo curare, ma anche prevenire i disagi psichici delle coppie/individui infertili.

Per quanto riguarda gli interventi e le terapie che vengono proposte in un centro PMA, quelli di tipo cognitivo e cognitivo comportamentale (CBT) sono i più frequenti.

Gli studi tendenzialmente si orientano sul confronto di terapie (o mancanza di terapia) per misurare la gestione dello stress, caratteristiche di personalità, percezione di sé, autostima oltre che valutare, più in generale, la riduzione del disagio psichico presente in questi pazienti.

Ad esempio in due studi del 2012 (Mosalanejad et al, 2012) gruppi di donne infertili sono state sottoposte a dei trattamenti di gruppo di terapia cognitiva comportamentale e confrontate con un gruppo di controllo non sottoposto ad alcun trattamento. Nel primo studio sono stati considerati due aspetti che possono essere considerati degli obiettivi negli interventi con soggetti infertili: un aumento della flessibilità e una capacità di gestire lo stress in modo più funzionale (coping). La prima è una caratteristica di personalità che facilita l’accettazione, l’adattamento e la tollerabilità di situazioni stressanti. Tutto ciò implica una migliore capacità di vivere alcuni eventi di vita con minori ripercussioni a livello fisico ed emotivo. Lo stile di coping si riferisce invece, ai comportamenti che vengono messi in atto di fronte a eventi stressanti: alcuni sono più funzionali di altri, in termini di costo fisico ed emotivo. Ad esempio, uno stile evitante risulta particolarmente disfunzionale perché alimenta i vissuti di colpa, vergogna e rabbia, nonché di chiusura comunicativa e isolamento sociale.

Le donne sottoposte a CBT mostravano un miglioramento nella flessibilità e un cambiamento nelle strategie di coping in senso più funzionale.

Nel secondo studio invece oltre a un intervento di base sulle credenze disfunzionali e la ristrutturazione cognitiva, si lavorava sugli aspetti emotivi attraverso il riconoscimento e la validazione. Veniva cioè fornito da parte degli psicologi un feedback rispetto alla condivisione delle emozioni relative all’infertilià. Anche in questo caso le donne che avevano partecipato all’intervento CBT mostravano una riduzione significativa dei livelli di ansia, depressione e più in generale nella percezione dello stress.

In un altro studio del 2013 (Faramarzi et al., 2013) invece, è stato confrontato l’intervento CBT con la farmacoterapia nell’intento di osservare eventuali cambiamenti nella percezione di sé e nelle aree maggiormente coinvolte dallo stress dell’infertilità. Anche in questo caso la CBT si è rivelata più efficace nel ridurre la percezione dello stress sulla sfera relazionale, sessuale e sulla rappresentazione di sé senza figli.

In tutti questi studi l’intervento CBT include il riconoscimento di pensieri negativi rispetto a sé e alla genitorialità; la ristrutturazione cognitiva, la gestione del rimuginio (meccanismo di mantenimento di stati d’ansia e depressivi) e alcune tecniche comportamentali che possono variare da esercizi di rilassamento a esercizi immaginativi, oltre a un lavoro specifico basato sulla condivisione dei vissuti emotivi.

Al momento non c’è un protocollo d’elezione riconosciuto ufficialmente, ma quello che è sempre più certo è che all’interno dell’equipe dei centri PMA, accanto a medici e biologi compare quella dello psicologo/psicoterapeuta sia per interventi terapeutici che di sostegno.

Ma come è finita la storia di Marta e Giovanni? Per motivi di età sono stati sottoposti subito alle cosiddette tecniche di secondo livello. Durante tutto l’iter sono stati aiutati non solo ad accettare la diagnosi , ma anche a essere più flessibili per tollerare quella che viene definita la “montagna russa emotiva dell’ infertilità”: la rapida alternanza tra speranza e delusione che si può attraversare in meno di un mese tra il momento dell’ovulazione (o del trattamento) e l’arrivo delle mestruazioni. Questo ha significato mettere in discussione alcune credenze sulla percezione di se stessi e degli altri, ridefinire il proprio progetto di vita non più in funzione della genitorialità, imparare a comunicare e chiedere aiuto in modo funzionale al partner o ad altri. Dopo due cicli andati a vuoto, hanno deciso di prendersi una pausa. Durante questo periodo in loro si faceva più concreta la possibilità di poter vivere anche senza un figlio. Dopo qualche mese Marta, ormai quarantenne, è rimasta incinta.

Il lieto fine nelle storie d’infertilità non sta necessariamente nella realizzazione della genitorialità, ma proprio nel raggiungimento di un equilibrio (e di una certa serenità) indipendente dalla propria capacità procreativa.

 

Bibliografia

L. Mosalanejad, A. Khodabakshi Koolaee, S.Jamali, 2012, Effect of Group Cognitive Behavioral Therapy on Hardiness and Coping Strategies Among Infertile Women Receiving Assisted Reproductive Therapy, Iran J Psychiatry Behav Sci, Volume 6, Number 2

Mosalanejad, A. Khodabakhshi Koolaee, B.Morshed Behbahani, 2012, Looking Out for The Secret Wound: The Effect of E-Cognitive Group Therapy with Emotional Disclosure on The Status of Mental Health in Infertile Women, Int J Fertil Steril, Vol 6, No 2, Jul-Sep

Faramarzi, Hajar Pasha, Seddigheh Esmailzadeh, Farzan Kheirkhah, Shima Heidary, Ph.D.3, Zohreh Afshar, ,The Effect of The Cognitive Behavioral Therapy and Pharmacotherapy on Infertility Stress:A Randomized Controlled Trial, Int J Fertil Steril, Vol 7, No 3, Oct-Dec 2013

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