Le Basi Del Trauma, di Bessel Van der Kolk

Bessel A. van der Kolk, M.D. Attivo già dagli anni '70 come medico, ricercatore e docente specializzato nel campo dello stress postraumatico e fenomeni collegati. Il suo lavoro si ri... Leggi la Bio
trauma

Comprendere i traumi

La cosa interessante è che i traumi hanno da sempre  fatto parte dell’umanità. Ogni storia racconta di persone che si fanno cose orrende a vicenda, persone che hanno difficoltà  nell’andare d’accordo. In ogni cultura che conosco, le persone si sono uccise,  hanno avuto relazioni molto brutte, oltre a tutte le splendide cose che facciamo. Quindi è interessante che improvvisamente i  traumi siano al centro dell’attenzione in questo momento preciso.

Penso che sia andata così: a un certo punto, la società è diventata abbastanza sicura e prevedibile che la gente ha iniziato a accorgersi del fatto che i traumi non sono una parte necessaria della vita.

E così, ci siamo svegliati.

Storicamente, è interessante, è capitato nel periodo della guerra del Vietnam,  con una serie di giovani,  me compreso, che lavoravano con i veterani del Vietnam che all’epoca avevano la nostra età.  E abbiamo notato una cosa che in qualche modo  la gente non ci aveva insegnato.  Abbiamo notato che le persone che erano tornate dal Vietnam erano davvero fuori controllo.

E un’altra cosa interessante è che  la cosa principale che ci dicevano è:

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“Ho bisogno di aiuto perché sono diventato un mostro.”

“Esplodo.”

“Mi arrabbio molto.”

“Assalgo le persone.”

“Non riesco a controllarmi.”

“Ho dei bambini e perdo la pazienza con loro per ogni piccola ragione.”

“E quindi dovrei essere rinchiuso o messo in sicurezza.”

 

Chiaramente, erano fuori controllo. E dunque, ci colpiva che fossero persone che erano abituate a avere un ottimo autocontrollo, e che ora l’avevano perso.

 

Come abbiamo iniziato a fare diagnosi

La cosa successiva che è accaduta è che dovevamo ammettere che succedesse a causa della Guerra, quindi abbiamo sviluppato la diagnosi di PTSD,  la diagnosi di trauma, sulla base del ricordo della guerra. Ovvero, per convincere la gente che fosse connesso alla Guerra, dovevamo dire che era connesso  ai ricordi di uccidere la gente, di gente che moriva, di vedere cose orrende, quindi abbiamo aperto la definizione di PTSD al ricordo di qualcosa di terribile che era avvenuto.

La cosa importante è che non era la lamentela più frequente con cui la gente arrivava la maggior parte delle volte. La gente arrivava con lamentele come: “Sono fuori controllo e faccio molta fatica a interagire con le persone nella mia vita.” Ma a causa di questioni politiche, l’abbiamo resa una diagnosi di persone tormentate da flashback e incubi del passato, il che era parte del problema, ma solo una parte, non direi secondaria, ma solo una parte del problema.

L’altra parte del problema era non essere in grado di interagire con l’ambiente. E lo sviluppo successivo del settore del trauma non si è concentrato su questa seconda parte, mettendo a rischio, penso, le persone. Quindi, è iniziata con questi ricordi del Vietnam. Poi, con il tempo, abbiamo iniziato a leggere cose del passato. Ed è saltato fuori che la gente aveva scritto di traumi per molto tempo, e la gente aveva sempre parlato dei traumi come di cose straordinarie, che incasinavano davvero la mente, il cervello e il corpo.

La cosa più importante è che il trauma è davvero un’esperienza orribile. Non è semplicemente qualcosa di spiacevole, difficile o stressante. È una cosa che ti fa dire: “Oddio!” Ti fa sentire indifeso e sopraffatto. Praticamente, come ha mostrato la nostra ricerca, la mente ha un vuoto e ampie parti del cervello smettono di funzionare. 

Quindi, è un’esperienza opprimente, che opprime la persona, e rende davvero difficile ricordare chiaramente cos’è successo. Le persone ricordano i loro sentimenti, il loro terrore, o il fatto che non avessero provato nulla, che capita a volte dopo un trauma. A volte, le persone ricordano solo un piccolo dettaglio. Un’immagine, un rumore, un odore, l’orrore. Manca la storia completa, ed è questa la cosa importante di cui la gente parla da molto tempo, che la maggior parte della gente, ancora oggi, quando parla di trauma non riconosce davvero che l’evento era troppo orrendo per essere narrato, e solo i poeti  riescono a narrarlo.

 

Come si sviluppa il trauma

La cosa di cui diventiamo sempre più consapevoli è come il trauma inizia in casa, e inizia in casa nel senso che determina chi siamo e come consideriamo noi stessi.

Praticamente, guardiamoci intorno e vediamo un giovane genitore con un bambino. Eravamo in vacanza, circondati da persone, persone con i loro figli, molto lontano dall’America, e abbiamo visto gente che giocavano con i loro figli e ridevano con i loro figli e scherzavano con i loro figli e abbiamo pensato beh, è questo che fa la gente in tutto il mondo. La gente gioca, scherza e ridere. Ed è così che noi siamo naturalmente con i nostri figli. Siamo in sincronia, stiamo attenti l’uno all’altro. I bambini si arrabbiano, poi si calmano. I partner si arrabbiano, poi si calmano. Trovano una serie di ritmi e sincronie e armonie e disarmonie.

Ed è questa la dinamica  fondamentale della vita in famiglia, e questo plasma il vostro cervello. Le vostre prime esperienze sono di essere notati e accettati, e se siete stressati per qualcosa, qualcuno vi dice: “Ti prendo in braccio.” Dunque, se sei arrabbiato, la gente cerca di farti sentire meglio. E, se sei felice per qualcosa, qualcuno condivide con te la tua gioia. La sincronia tra noi e gli adulti intorno a noi, quando siamo bambini, determina come funziona il nostro cervello e come sperimentiamo noi stessi.

E una cosa che non è ancora stata ampiamente considerata dalla psicologia e dalla psichiatria è come la consapevolezza che abbiamo di queste prime esperienze di sincronia, l’essere in contatto, in sintonia, lo stare insieme, quanto profondamente plasma il cervello e la mente.

Ma quello che plasma è la mappa che tutti noi portiamo nel nostro cervello, di chi siamo in relazione al mondo intorno a noi. E dunque, se cresciamo in un ambiente in cui ci sentiamo apprezzati, speciali, dove sentiamo che siamo speciali insieme agli altri, dove impariamo a giocare con gli altri e collaborare con gli altri, creiamo nel nostro cervello una mappa del mondo come un posto in cui collaboriamo, giochiamo, scendiamo a compromessi, e ci aspettiamo di essere apprezzati per quello che siamo.

Se cresci in un ambiente dove sei trascurato, sei vittima di abusi, sei abbattuto, sei picchiato perché non sei felice, in cui le persone ti dicono: “Smetti di piangere o ti do io un motivo per piangere“, allora nella tua mente, nel tuo cervello, avrai una mappa che dice che sei un rompipalle, insopportabile, e che ovunque tu vada le persone non ti apprezzeranno, e ti comporterai di conseguenza.

Dunque, quello che abbiamo imparato dalle neuroscienze negli ultimi 20 o 30 anni è fino a che punto i nostri cervelli sono plasmati da queste esperienze precoci. E queste esperienze precoci, fino a un certo punto, determinano come reagisci alle situazioni successive.

Il problema centrale che continua a tornare è il problema delle connessioni umane. Dunque, finché ti senti connesso, finché ti senti visto e riconosciuto, finché ti senti apprezzato, puoi fronteggiare praticamente tutto. Il sentimento di essere allontanati e ignorati, di non essere visti o riconosciuti, è al centro di moltissimi traumi.

 

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