4 miti sul lutto

Parlare di dolore e perdita rimane uno dei più grandi tabù della nostra società. La maggior parte di noi è persino riluttante ad usare la parola “morte”, preferendo invece alternative più dolci come “morire”.

Dopo tutto, può essere difficile, imbarazzante e persino doloroso parlare del dolore. Purtroppo, tale riluttanza può fornire uno spazio per la “nascita” di miti sul dolore e la perdita, rendendo ancora più faticosa la sofferenza.

Ecco 4 dei miti più comuni sul dolore:

Mito#1: Il dolore è un’emozione.

Una delle idee più comuni errate sul dolore è che si tratta di un sentimento. Generalmente si associa il dolore per la perdita alla depressione, ma il dolore è in realtà un processo composto da molte emozioni, comprese quelle attese, come la tristezza, ma anche la rabbia, la frustrazione, la colpa, o lo shock.

E’ comune anche sperimentare sentimenti positivi come il sollievo che la persona amata non soffra più. A volte, le persone possono anche sentirsi insensibili, quasi come se la morte non fosse avvenuta. Quello che è importante sapere è che tutte queste emozioni – almeno in quantità misurate – sono normali.

Mito#2: Il dolore è negativo.

I ricercatori e i consulenti sul lutto ritengono che il processo di dolore stesso è in realtà sano. Questo perché il dolore è il meccanismo che ci permette di venire a patti con la perdita. Sappiamo tutti che ci vuole tempo perché il nostro cervello si adatti al cambiamento. Durante questo periodo, il nostro cervello rallenta, alterando i suoi percorsi per adattarsi alla nuova realtà.

Quando una persona cara muore, può anche volerci molto tempo per adattarsi a ciò che è accaduto, ci troviamo alle prese con domande come: “Chi sono io senza lei/lui?” “Come vorrebbe che mi sentissi?” “Come posso onorare al meglio la sua memoria?”

Molti esperti del lutto credono che una delle funzioni del lutto sia quella di fornirci l’opportunità di rispondere a domande come queste, permettendoci infine di onorare la memoria della persona amata e accettare.

Mito#3: Più si soffre meglio è.

Questo è un errore comune, ed è conosciuto come “ipotesi del lavoro sul dolore”, per tanto tempo si è creduto che bisognasse  affrontare il lutto  intensamente, restando il più possibile concentrati sulla perdita. Si temeva, altrimenti, si potesse sopprimere o negare la perdita.

Ora sappiamo che questo non è esattamente vero. Alcune persone soffrono in modo intenso, altre no. Ed entrambi i processi possono essere sani. Una ricerca dello psicologo George Bonnano della Columbia University mostra che le persone seguono diverse “traiettorie di dolore“.

La maggior parte delle persone segue una traiettorie di dolore relativamente sana. Circa il 10-20% delle persone segue una cosiddetta “traiettoria di recupero”. Dopo una perdita, possono inizialmente sperimentare difficoltà di funzionamento e intense emozioni dolorose come la depressione. Ma, con il passare dei mesi, si riprendono gradualmente e ritornano alla loro vita. Questa è la traiettoria che la maggior parte di noi immagina quando sentiamo la parola “dolore”.

Ma non è la traiettoria più comune. Questo perché circa il 50-60 per cento sperimenta un altro viaggio di dolore. Conosciuto come “traiettoria di resilienza”,  sono in grado di mantenere livelli relativamente stabili e sani di funzionamento, anche nelle immediate conseguenze di una perdita. Anche se dall’esterno possono apparire piuttosto “normali”, questo non significa che siano in fase di negazione. Poiché sia le traiettorie di recupero che di resilienza alla fine permettono alle persone di spostarsi attraverso il dolore in un luogo di sano funzionamento. Entrambe sono considerate normali.

Mito#4: C’è un modo giusto per elaborare il lutto.

Una delle teorie psicologiche più conosciute e accettate è che il dolore è composto da cinque fasi: negazione, rabbia, contrattazione, depressione e accettazione.

Quello pochi sanno, tuttavia, è che la creatrice di questi stadi, la psichiatra Elisabeth Kubler-Ross, non li ha sviluppati originariamente per spiegare ciò che le persone sperimentano nel lutto. Al contrario, li ha elaborati per descrivere il processo che i pazienti attraversano quando vengono a conoscenza di avere una malattia terminale. Solo in seguito sono state applicate , anche per parenti e amici  in lutto, poichè sembravano attraversare un processo simile dopo la perdita.

Ma il dolore non è così semplice. Gli studi ora mostrano che, anche se alcuni di coloro che soffrono possono progredire in queste fasi, proprio come Kubler-Ross ha sottolineato, molti non lo fanno. Potrebbero saltare gli stadi, ripeterli, o anche provare emozioni non previste nei cinque stadi originali. In realtà, il processo di dolore assomiglia molto meno a una serie ordinata di stadi e molto di più a delle montagne russe emozionali. In realtà, nessuna teoria degli stadi è stata finora in grado di rendere conto di come le persone affrontano la perdita. Il dolore è diverso per ogni persona e per ogni perdita, quindi è importante non costringersi, non forzare se stessi per adattarsi all’idea altrui di come dovrebbe apparire il dolore.

In questo scenario può rivelarsi utile la presenza dello psicologo come consulente nell’elaborazione del lutto. Di qualsiasi perdita si tratti lo psicologo può aiutare la persona a vivere e ad affrontare le diverse fasi che il lutto necessariamente comporta

Partecipa alla prossima edizione del corso online “La perdita e il lutto: contesti applicativi e tecniche di intervento” in cui verranno fornite le conoscenze teoriche ma anche le competenze e tecniche utili per proporti come consulente esperto nell’elaborazione del lutto

La perdita ed il lutto: contesti applicativi e tecniche di intervento

La perdita ed il lutto: contesti applicativi e tecniche di intervento

 

 

 

Adattamento di un articolo originariamente pubblicato da  psychologytoday

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