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Depressione in Adolescenza: cause, correlazioni e conseguenze

Depressione in Adolescenza

La depressione in adolescenza è innanzitutto un grave problema di Salute pubblica.

Recenti dati epidemiologici mostrano che circa l’11% dei giovani sperimenta la depressione e questi episodi sono associati a conseguenze negative a valle nel corso dell’adolescenza (ad es, difficoltà accademiche, impegno in comportamenti a rischio, autolesionismo non suicida) e nell’età adulta (ad esempio, livelli di reddito più bassi, tassi di divorzio più elevati, suicidio).

Nonostante queste statistiche sconvolgenti e le conseguenze negative associate, i meccanismi eziologici che contribuiscono all’insorgenza e al mantenimento della depressione in adolescenza rimangono poco chiari. Per colmare questa lacuna fondamentale, la presente ricerca utilizza un approccio multidisciplinare e multimodale per determinare perché emergono i sintomi depressivi e come si sviluppano i comportamenti autolesivi (Maura Manca, Arianna Terrinoni “Autolesionismo in Adolescenza. Dalla valutazione al Trattamento“) e suicidari in risposta alla depressione.

 

Modelli eziologici della depressione in adolescenza

Storicamente, la ricerca sulla vulnerabilità alla depressione si è basata su disegni trasversali o a due punti temporali, che forniscono una visione limitata dello sviluppo temporale dei sintomi depressivi. Per superare questa limitazione, viene completata una serie di studi longitudinali a più ondate (da quattro mesi a quattro anni), progettati per disgiungere la relazione temporale tra i fattori di vulnerabilità, lo stress e i successivi sintomi depressivi. Questo approccio ha messo in luce la relazione all’interno della persona tra le fluttuazioni dello stress e dell’affettività negativa, fornendo così nuovi spunti di riflessione sull’evoluzione temporale dei sintomi depressivi tra i figli di genitori affettivamente disturbati e i campioni comunitari di adolescenti.

In particolare, questo lavoro ha analizzato i modelli di diatesi-stress e di generazione dello stress della depressione adolescenziale. Il modello diatesi-stress prevede che i fattori di vulnerabilità (cioè le diatesi) siano inattivi in assenza di stress. Tuttavia, una volta che lo stress si presenta, attiva questi fattori, aumentando così la probabilità che gli individui vulnerabili sperimentino la depressione. Nei nostri studi prospettici su bambini e adolescenti, abbiamo trovato un solido supporto per diverse diatesi cognitive, tra cui la ruminazione (Margaret Weeremberg “Affrontare la Ruminazione: come cambiare i Pensieri alla base di Ansia e Depressione“), la carenza di controllo percepito (Auerbach, Eberhart, & Abela, 2010), la disperazione (Abela, Gagnon, & Auerbach, 2007) e l’autocritica (Adams, Abela, Auerbach, & Skitch, 2009).

Poiché gli adolescenti sono regolarmente esposti a fattori di stress interpersonali (Rudolph, 2008), abbiamo esaminato anche i modelli di generazione dello stress della depressione, che propongono che specifici fattori di vulnerabilità predicano i fattori di stress relazionali, o interpersonali, che a loro volta contribuiscono alla depressione adolescenziale. Utilizzando questo approccio, abbiamo scoperto che i fattori di vulnerabilità sia cognitivi che interpersonali (ad esempio, la diminuzione del supporto sociale) hanno portato a fattori di stress interpersonali, contribuendo a livelli più elevati di sintomi depressivi nel tempo.

Data la relazione potenzialmente sinergica tra i modelli di diatesi-stress e di generazione dello stress, abbiamo cercato di sviluppare un modello cognitivo-interpersonale integrato della depressione, con la consapevolezza che i modelli di generazione dello stress contribuiscono alla comprensione di come nascono i fattori di stress, mentre i modelli di diatesi-stress spiegano perché si manifestano i sintomi depressivi. Nel fondere questi modelli, abbiamo dimostrato che il conflitto familiare genera fattori di stress specifici per i coetanei attraverso un effetto di spillover (Repetti, 1989). Quando questi fattori di stress si verificano, attivano le diatesi cognitive sottostanti (ad esempio, le opinioni depressogene sul sé).

Una volta attivate, queste diatesi depressogene contribuiscono all’insorgenza dei sintomi depressivi (Auerbach & Ho, 2012). Abbiamo scoperto che il modello integrato fornisce una comprensione più completa dello sviluppo dei sintomi depressivi rispetto ai modelli diatesi-stress o di generazione dello stress considerati da soli. Pertanto, il nostro lavoro ha continuato a testare modelli integrati che incorporano indicatori comportamentali, neurobiologici e genetici per migliorare la comprensione dei fattori chiave che contribuiscono all’insorgenza della depressione, alla ricorrenza della depressione e alla risposta al trattamento della depressione.

 

Favorire lo Sviluppo Mentale del Bambino e dell’Adolescente

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Meccanismi comportamentali e neurali alla base dei bias depressivi in adolescenza

Come sottolineato nel nostro precedente lavoro, il disturbo depressivo maggiore (MDD) è caratterizzato da bias depressogeni (Auerbach, Ho, et al., 2014) e recenti ricerche hanno esplorato i comportamenti e i substrati neurali alla base di questi bias (Auerbach, Webb, Gardiner, & Pechtel, 2013; Shestyuk & Deldin, 2010). Ad oggi, poche ricerche hanno esaminato le disfunzioni comportamentali e neurali tra gli adolescenti attualmente depressi; di conseguenza, abbiamo progettato uno studio che utilizza potenziali evento-correlati (ERP) registrati sullo scalpo – che forniscono un’eccellente risoluzione temporale nell’intervallo dei millisecondi (ms) – per valutare il corso temporale dei processi cognitivo-affettivi associati a specifici bias depressogeni.

Utilizzando un paradigma di codifica autoreferenziale, sono stati presentati aggettivi positivi e negativi abbinati in base all’attivazione, alla lunghezza della parola e alla frequenza d’uso a partecipanti adolescenti, ai quali è stato chiesto di indicare se ogni parola li descriveva accuratamente. Abbiamo riscontrato che, rispetto agli adolescenti sani, i giovani depressi hanno approvato più parole negative e meno positive e hanno ricordato e riconosciuto meno parole positive.

Per quanto riguarda gli ERP, il compito è stato progettato per suscitare il P1, una forma d’onda ERP precoce che si ritiene rifletta i processi associati al monitoraggio semantico (Kissler, Herbert, Winkler, & Junghofer, 2009), e il potenziale positivo tardivo (LPP), un complesso ERP ad andamento positivo che si ritiene indicizzi un maggiore sforzo di elaborazione e codifica (Fischler & Bradley, 2006). Come ipotizzato, i giovani sani presentavano una maggiore positività del P1 per le parole positive rispetto a quelle negative, mentre gli adolescenti depressi mostravano maggiori ampiezze del P1 in seguito a parole negative rispetto a quelle positive.

Inoltre, gli adolescenti depressi hanno dimostrato una maggiore LPP per le parole negative rispetto a quelle positive, indicando un’attività sostenuta per la codifica delle informazioni autoreferenziali negative rispetto a quelle positive. Al contrario, il gruppo sano ha mostrato una maggiore positività sostenuta per le parole positive rispetto a quelle negative. La localizzazione delle sorgenti con la tomografia a risonanza magnetica bassa (LORETA) ha indicato che queste differenze di gruppo possono riflettere una disfunzione nelle regioni corticali frontolimbiche (cioè, un reclutamento insufficiente del giro frontale inferiore e del giro temporale mediale) tra gli adolescenti depressi (vedi Figura 1; Auerbach, Stanton, Proudfit, & Pizzagalli, 2015).

Inoltre, la depressione in età adolescenziale è spesso caratterizzata da bias di elaborazione delle emozioni (Joormann & Gotlib, 2006). Sebbene i bias di elaborazione delle emozioni nella MDD abbiano ricevuto un’attenzione significativa, i risultati sono stati contrastanti. Esaminando la letteratura, abbiamo riscontrato che, rispetto ai soggetti sani, i partecipanti depressi mostrano una maggiore accuratezza nel riconoscimento dei volti tristi (Mandal & Bhattacharya, 1985), una minore accuratezza per i volti felici (Mandal & Palchoudhury, 1985) e un deficit generale in tutte le emozioni (Gur et al., 1992; Murphy et al., 1999).

Joormann e Gotlib (2006) hanno utilizzato volti con emozioni variabili che cambiavano continuamente e, cosa interessante, hanno scoperto che gli adulti depressi richiedevano una maggiore intensità delle espressioni per riconoscere le emozioni felici, ma una minore intensità per identificare le emozioni tristi. La nostra ricerca ha cercato di chiarire i bias di elaborazione delle emozioni nei giovani depressi. Poiché la disfunzione della corteccia prefrontale (PFC) è emersa come uno dei risultati più coerenti nella depressione, abbiamo verificato se i suoi deficit fossero correlati a questi bias di elaborazione delle emozioni. La comprensione di questa relazione è fondamentale, dato che i modelli neurobiologici di elaborazione delle emozioni hanno enfatizzato il ruolo della PFC, in particolare per quanto riguarda l’identificazione e la regolazione delle emozioni (Phillips, Drevets, Rauch, & Lane, 2003a, 2003b).

I risultati del nostro studio hanno indicato che, rispetto agli adolescenti sani, i giovani depressi erano in grado di individuare i volti tristi a un’intensità più bassa (cioè, l’emozione facciale in un intervallo compreso tra il 10 e il 100%), ma erano meno precisi per i volti felici in tutte le intensità. Inoltre, i giovani depressi hanno mostrato una maggiore densità di corrente theta e alfa a riposo (che riflette una ridotta attività cerebrale) nella corteccia prefrontale dorsolaterale (DLPFC; vedi Figura 2A).

Estendendo la ricerca precedente, abbiamo anche dimostrato che una minore accuratezza per i volti felici era associata a una maggiore densità di corrente EEG theta a riposo nella DLPFC (Figura 2B). Ciò suggerisce che la diminuzione dell’attività della DLPFC può riflettere un’alterazione dell’elaborazione delle informazioni e degli affetti (Auerbach, Stewart, et al., 2015). Nel complesso, questi studi indicano che gli adolescenti depressi mostrano un bias verso parole autoreferenziali negative e facce tristi che può derivare da una disfunzione frontolimbica, con importanti implicazioni per l’insorgenza e il mantenimento dei sintomi depressivi.

 

I Disturbi Depressivi in Adolescenza. Riconoscerli e trattarli

Disturbi Depressivi in Adolescenza

 

Differenze individuali nella risposta ai sintomi depressivi in adolescenza

Studi prospettici condotti in laboratorio hanno dimostrato che gli adolescenti depressi spesso adottano comportamenti a rischio (ad esempio, comportamenti sessuali precoci, uso di sostanze) per attenuare il dolore negativo associato ai sintomi depressivi. Poiché questi comportamenti forniscono un sollievo temporaneo, si rafforzano e aumentano la probabilità che gli adolescenti li ripetano in futuro per gestire i loro sintomi, piuttosto che affrontare attivamente i problemi che possono aver scatenato l’insorgenza dei sintomi depressivi (Auerbach & Gardiner, 2012; Auerbach, Tsai, & Abela, 2010). Esaminando i dati provenienti da campioni comunitari, un certo sottoinsieme di giovani depressi ricorre a comportamenti suicidi per gestire i propri stati emotivi depressivi.

Il suicidio è la seconda causa di morte tra gli adolescenti di età compresa tra i 13 e i 18 anni (Centers for Disease Control and Prevention, 2013), pertanto l’identificazione dei fattori che mettono gli adolescenti a rischio di tentativi di suicidio è una priorità urgente. Abbiamo iniziato a esaminare l’impatto dell’impulsività e dello stress precoce sulla suicidalità tra gli adolescenti depressi ricoverati in ospedale per cure psichiatriche. Ad oggi, i risultati hanno indicato che diversi domini dell’impulsività (ad esempio, urgenza negativa, tendenza ad agire in modo avventato quando si è stressati) sono associati in modo univoco ai tentativi di suicidio (dopo aver controllato i sintomi attuali, l’ideazione di suicidio e i piani di suicidio).

Inoltre, la disinibizione comportamentale (cioè l’agire senza pensare) aumenta la probabilità di tentativi di suicidio esclusivamente nei giovani con una storia di abuso sessuale infantile. In particolare, rispetto agli adolescenti con bassa disinibizione, i giovani con alta disinibizione avevano una probabilità 6,5 volte maggiore di riferire un passato tentativo di suicidio, ma questa relazione esisteva solo tra quelli con una storia di abuso sessuale infantile. (Stewart et al., 2015).

La nostra ricerca ha anche cercato di identificare i meccanismi che differenziano i depressi ideatori di suicidio dai tentatori. È importante notare che la depressione è un forte predittore dell’ideazione e dei piani di suicidio, ma mostra un’associazione più debole con i tentativi di suicidio. Inoltre, solo un terzo degli ideatori adolescenti compie un tentativo di suicidio (Nock et al., 2013) e quindi la differenziazione tra ideatori depressi e tentatori di suicidio è una frontiera critica nella ricerca suicidologica. In uno studio recente, abbiamo confrontato adolescenti depressi ideatori di suicidio e tentatori con livelli simili di depressione, ansia e ideazione suicidaria per assicurarci che le differenze risultanti non potessero essere attribuite alla gravità dei sintomi.

I risultati hanno indicato che i tentatori di suicidio mostravano livelli più elevati di anedonia (cioè riduzione dell’esperienza del piacere) rispetto agli ideatori di suicidio e la presenza di anedonia riduceva la ricerca di ricompense (come valutato in un compito oggettivo basato su computer) (Auerbach, Millner, Stewart & Esposito, 2015). Si ritiene che questo deficit possa giocare un ruolo chiave nell’aumentare la cronicità e la gravità della suicidalità e, seguendo gli adolescenti dopo la dimissione da un ricovero psichiatrico, sarà possibile verificare l’impatto prospettico di questi fattori di rischio.

 

Riassunto e indicazioni per il futuro

La depressione ha un impatto nocivo su tutto l’arco della vita e il nostro lavoro ha adottato un approccio sistematico per migliorare la comprensione dei meccanismi psicosociali e neurocognitivi implicati nell’insorgenza e nel mantenimento della MDD negli adolescenti. Siamo desiderosi di costruire su questi progressi e attualmente stiamo studiando i fattori predittivi (ad esempio, l’attività neurale) della risposta al trattamento in uno studio di terapia cognitivo-comportamentale per la depressione adolescenziale. Riteniamo che questi risultati siano estremamente promettenti per aiutare a indirizzare i giovani depressi verso contesti clinici appropriati, il che potrebbe, in ultima analisi, migliorare l’identificazione precoce e il trattamento della depressione

 

I Comportamenti Disadattivi in Adolescenza

I Comportamenti Disadattivi in Adolescenza

 

Liberamente tradotto da “Depression in adolescents: Causes, correlates and consequences”, di Randy P. Auerbach, in https://ww w.apa.or g/scie nce/abo ut/ps a/2015/11/depr ession-adolesc ents

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